ANSA CRONACA, SAVONA – Il cadavere di una donna di 30 anni di nazionalita’ polacca, che da anni viveva in Italia, e’ stato trovato stamani in un appartamento al terzo piano in via dell’Oratorio nei pressi dell’ufficio postale di Albissola Marina. La donna, separata e madre di due bambini di 4 e 6 anni, e’ stata trovata accoltellata in bagno. Sono stati i figli della donna a dare l’allarme: sono andati dai vicini chiedendo aiuto perche’ la mamma stava male. La donna è stata raggiunta da più coltellate, ma quello mortale sarebbe stato un fendente che l’ha raggiunta alla gola.
Non so a voi, ma a me risulta terribilmente facile immaginarmi tutto questo. Ho sei anni, mi sveglio un mattino, e noto un silenzio insolito, la mamma non è venuta a svegliarmi per andare a scuola, non sta sfaccendando in giro per casa. Come mai? Anche il mio fratellino non è andato all’asilo, è lì che dorme coi capelli arruffati e la coperta scivolata per terra. Confusa e intontita prima chiamo mamma un po’ di volte, poi più lucida mi alzo e cerco un po’, poi vado in bagno per fare la pipì e trovo la mamma lì per terra, tutta insanguinata, la chiamo di nuovo ma a voce più bassa e poi capisco che chiamarla ancora non serve a niente.
La libertà è una cosa molto interiore. Dall’esterno ti possono anche bombardare ma è all’interno che puoi aprire la famosa porta. Non ricordo quale autore diceva che, se non apri tu dall’interno la porta, nessuno può farlo dall’esterno. Più passano gli anni, più profondo deve essere il modo di esercitare questa libertà. Perché non è scontato che una dica di sì una volta e automaticamente vada avanti. Io ogni giorno mi rendo conto che devo dire di sì in tante piccole cose, a tante piccole richieste. Ed è a Dio che dico di sì, non alla direttrice. Questo aiuta ad essere veramente liberi. Non so spiegarlo meglio, però quando sento dire «Sono stata costretta» o «non ho la libertà» dico «Scusami, vai all’essenziale: tu perché stai qua? Perché hai detto di sì?». Io voglio vivere lo spirito dell’Opus Dei perché sta lì la mia libertà, sta lì la mia gioia, sta lì il senso della mia vita. Non avrebbe senso stare nell’Opus Dei a spintoni. Se così fosse me ne andrei a godermi la vita da un’altra parte…
Una mia alunna diciassettenne scrive su Facebook: “Ci vorrebbe più tempo per vivere…”
Ho pensato che se a quell’età – in cui il tempo dovrebbe essere percepito come immenso, eccessivo, fin troppo abbondante – si sente già il tempo stretto, forse è perchè si vive gran parte della vita come se non fosse vita.
Mettere amore in quello che si fa, in fondo, non vuol dire altro che questo: riprendersi la vita.
… e ad alcune di loro, profondamente ideologizzate da una certa cultura femminista, il declino biologico suggerisce domande ineludibili e – finalmente – davvero umane:
“E’ accaduto uno scarto. Siamo ri-partite da quello che stava accadendo ad alcune di noi: l’invecchiamento, le malattie, la fine di persone care. Abbiamo tutte esperienza del peso e della sofferenza che può suscitare la fine della vita. E abbiamo bisogno di dare parola a questa esperienza. A cosa accade ai corpi nel morire. Forte bisogno, comune, anche se in modi e per motivi diversi. Ci siamo chieste se vi sono modi di accompagnare chi ci è caro, o di essere noi stesse accompagnate, ad ‘una buona fine’. Forse no. Ma anche se la fine non può essere buona, bisogna assumerla comunque. E’ un modo di riconoscere la finitezza, il limite, l’usura del corpo”.
Vorrei aggiungere un pensiero a quella pregnante riflessione, in cui si menziona anche il fin troppo chiacchierato suicidio di Roberta Tatafiore: sono profondamente convinta che nessuno cercherebbe mai la morte, se si sentisse amato.
Questa è la semplice ragione per cui il tragico cupio dissolvi di tanti nostri fratelli ci riguarda molto, molto, molto da vicino. E non possiamo cavarcela, noi cristiani, borbottando le solite lamentele contro la cultura di morte che pervade la nostra civiltà eccetera eccetera.
Bisognerà che ci decidiamo, prima o poi, a voler bene alla gente: ad amarla sul serio.
Nel blog Lavori in corso, che seguo da qualche tempo, sta uscendo una serie di post dedicata a una lunga visita dell’autore del blog in Africa. Sorprendenti, commoventi, illuminanti, divertenti… tutti da leggere.
La venerazione che da sempre nutro per le genti africane, a queste letture, si risveglia e diventa un ardente desiderio di essere in Africa. Chissà quando si realizzarà questo mio sogno?
Sempre in argomento, segnalo il pregevole blog di informazione sull’Africa il cui autore è Riccardo Barlaam, firma del Sole24Ore. Fra l’altro, Barlaam ha promosso – con alcuni colleghi africani – la nascita di AfricaTimesNews, sito di news in tempo reale, in francese e inglese, portato avanti da una rete di giovani giornalisti locali.
Quanto spesso i nostri telegiornali ci raccontano qualcosa di questo continente? Eppure, come recita la citazione di Paul Theroux che campeggia accanto al titolo del blog di Barlaam: “Se l’Africa non ha futuro, neanche noi l’abbiamo”.
Intanto dedico questo gioiello musicale all’intelligente e sensibile viaggiatore di Lavori in corso, a Barlaam e a tutti gli innamorati della cultura africana. La canzone Malaika viene dal Kenia ed è in lingua swahili, mentre la cantante è la grande Angélique Kidjo del Benin.
«Ogni verità, da chiunque sia affermata, proviene dallo Spirito Santo»
«Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est» (San Tommaso D'Aquino, I-II, q. 109, a.1, ad 1um; “In Johan.” c.8, lect. 1; “In primam ad Cor.” c.12, lect. 1; “In secundam ad Tim.” c. 3, lect. 3).