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Com’è trendy la morte

09 Rene Georges Hermann-Paul, La Danse Macabre, 1919 (Le Jeu)photo © 2009 Will | more info (via: Wylio) Da giorni vado rimuginando di scrivere del tema improvvisamente diventato di moda, del nuovo trend mediatico: ammazzarsi.

Il suicidio è diventato chic?

Ci hanno riportato o rievocato in rapida sequenza i suicidi di un anziano regista, di un maturo sacerdote svergognato da uno show televisivo, di un diacono la cui ordinazione sacerdotale era stata rimandata, quello “per interposta persona” di due disabili gravissimi, uno in grado di manifestare la propria volontà e l’altra invece no (e mai sapremo se davvero volesse morire)… e quello preannunciato dalla fattucchiera consultata da un celebre comico

Cosa accomuna queste morti? Solo la disperata solitudine, solo lo smarrimento totale di qualunque senso.

Tante cose avrei voluto dire su questa grande Danse Macabre, ma infine ho deciso di far parlare altre due voci.

La prima è di don Eligio Ciapparella, che scrive al direttore di Avvenire. Copincollo un brano della sua lettera. I grassetti li ho messi io.

A noi non è lecito tacere. Domenica scorsa la Liturgia ci ricordava a proposito del Battista: «Voce di uno che grida nel deserto…», e il suo grido non scherzava: «Razza di vipere…». Anche oggi c’è tanto deserto, soprattutto deserto nei cuori, pieni di sabbia. Ma noi gridiamo. Pure la vicenda del regista Monicelli, con la sua morte violenta di suicidio, ha visto persone autorevoli insinuare, subdolamente, un’esaltazione e stima per quell’atto. Ora, è chiaro che si deve avere per l’uomo Monicelli lo sguardo misericordioso che Dio ha su ciascuno di noi, a partire da me. Ma se poi qualcuno definisce il suicidio «manifestazione di forte personalità», «estremo scatto di volontà», «l’ultimo colpo di teatro», «non ha voluto lasciarsi morire», «gesto eroico…», allora noi non possiamo tacere per evitare di giudicare l’atto pur rispettando l’uomo. Il gesto eroico è quello di mia madre e di tante persone che con coraggio e dignità hanno affrontato una grave malattia. Altrimenti… un giorno Englaro, un altro Monicelli, un altro la Nannini… e tutto diventa uguale a niente. Anzi, come ti permetti di contestare? A onor del vero non capisco neppure tanti cristiani che sostengono, scrivendo o parlando, che bisogna abbassare i toni, che non bisogna fare clamore, che la fede è una testimonianza silenziosa… ma dai! Dobbiamo amare l’uomo e fino in fondo, nella sua verità ultima. È quello che fa il Papa, con instancabile tenacia: «Guai a me se non evangelizzassi!». La storia del cristianesimo è ricca di testimoni e di santi. Certo parlava la loro vita, ma quanto usavano anche la parola. E, se non li lasciavano parlare, parlavano lo stesso e anche forte.

La seconda voce è del vescovo di Cremona, che scrive in occasione dei funerali del suo sacerdote, quello crocifisso dalle Iene. Grassetti miei.

Il cristiano … non teme di chiedere perdono, perché alla radice sa di trovare il cuore di Qualcuno che è più grande di lui: il cuore di Dio. È su questa certezza che si gioca la nostra fede! Per questo l’apostolo Giovanni nella prima lettura (1Gv 3,16-23), dopo averci ricordato che Dio è più grande del nostro cuore, dice che ciò che è essenziale è credere nel Figlio di Dio. Eppure credere in un figlio di Dio che è fatto così e si manifesta in un certo modo non è sempre facile: noi uomini abbiamo altri schemi e parametri, altri criteri di giudizio. Ecco perché, giustamente, il Signore nel Vangelo appena proclamato (Mt 9, 9-13) ci raccomanda: «Andate a imparare che cosa significhi “Misericordia io voglio, non sacrifici”». Questo imperativo di Gesù lo sentiamo indirizzato a noi tutti: sacerdoti e fedeli. E lo sentissero anche quanti, detenendo il potere dei mass-media, si permettono di scrivere di tutto e di tutti, senza pensare alla verità degli uomini, né alle loro sofferenze, né alle loro speranze.

CIMABUE Crucifix, 1268-71photo © 2008 carulmare | more info (via: Wylio)

Aggiornamento: sul tema, dovreste assolutamente leggere questo.

La libertà dentro

La libertà è una cosa molto interiore. Dall’esterno ti possono anche bombardare ma è all’interno che puoi aprire la famosa porta. Non ricordo quale autore diceva che, se non apri tu dall’interno la porta, nessuno può farlo dall’esterno. Più passano gli anni, più profondo deve essere il modo di esercitare questa libertà. Perché non è scontato che una dica di sì una volta e automaticamente vada avanti. Io ogni giorno mi rendo conto che devo dire di sì in tante piccole cose, a tante piccole richieste. Ed è a Dio che dico di sì, non alla direttrice. Questo aiuta ad essere veramente liberi. Non so spiegarlo meglio, però quando sento dire «Sono stata costretta» o «non ho la libertà» dico «Scusami, vai all’essenziale: tu perché stai qua? Perché hai detto di sì?». Io voglio vivere lo spirito dell’Opus Dei perché sta lì la mia libertà, sta lì la mia gioia, sta lì il senso della mia vita. Non avrebbe senso stare nell’Opus Dei a spintoni. Se così fosse me ne andrei a godermi la vita da un’altra parte…

via Opus Dei – TESTIMONIANZE – “La mia vocazione”. [ Scarica il video ]

Distruzione e resurrezione dell’umano

Ho letto da qualche parte che ai bambini-soldato dell’Africa centrale, rapiti e arruolati di forza nelle bande armate, come “iniziazione” prima di essere mandati a combattere davvero, viene chiesto di ammazzare il proprio migliore amico.

E’ molto logico, da parte di chi vuole dominare su di loro, non chiedere semplicemente un atto di coraggio, o una violenza qualsiasi per quanto efferata, ma puntare direttamente ad ottenere che loro attivamente distruggano la cosa più sacra che hanno, che per quegli adolescenti senza più famiglia è ovviamente il proprio amico. Così i loro padroni, dopo averli indotti ad annientare attivamente la punta più alta di ciò che li rendeva umani, pensano che ne potranno fare ciò che vogliono: fantocci dalla coscienza morta, indifferenti al bene e al male, pronti a tutto. Gli schiavi perfetti.

Eppure basta che questi ragazzi “morti dentro” incontrino qualcuno capace di amarli veramente, e la vita ricomincia.

Allo stesso modo, chi è riuscito a convincere una donna che abortire è un suo diritto, qualcosa da conquistare e difendere, di fatto la porta alla stessa radicale distruzione della propria umanità. Una donna che abortisce di propria volontà distrugge quanto di più sacro e prezioso avrebbe mai potuto avere, il proprio figlio, ancora delicatamente mischiato con le proprie viscere: lei sa che sarà un’iniezione di veleno a infilzargli il cuore, o un ferro a smembrarlo, o una pioggia di ormoni a strozzarlo, e tuttavia dice: va bene, fatelo. E quelli che l’hanno convinta pensano che, fatto questo, lei potrà fare qualsiasi altra cosa – perché non dovrebbe, oramai? – quindi anche asservirsi a qualsiasi loro volontà senza neanche accorgersene: comprare, votare, agire, vivere come essi vorranno.

Eppure, l’amore di Cristo salva e fa letteralmente rinascere anche queste coscienze distrutte. Conosco personalmente donne che hanno abortito, e che sono tornate nella pienezza della gioia e della comunione con Cristo, dopo un percorso di dolore profondo e di incontro sorprendente con la Sua misericordia.

Tempo

Una mia alunna diciassettenne scrive su Facebook: “Ci vorrebbe più tempo per vivere…”

Ho pensato che se a quell’età – in cui il tempo dovrebbe essere percepito come immenso, eccessivo, fin troppo abbondante – si sente già il tempo stretto, forse è perchè si vive gran parte della vita come se non fosse vita.

Mettere amore in quello che si fa, in fondo, non vuol dire altro che questo: riprendersi la vita.

Per chi scrivi?

Se scrivi per Dio, potrai giungere a molti e recherai loro gioia.

Se scrivi per gli uomini, puoi fare un po’ di danaro, puoi dare un po’ di gioia a qualcuno e puoi fare, per qualche tempo, rumore nel mondo.

Se scrivi per te stesso, puoi leggere quel che hai scritto e dopo dieci minuti ne sarai tanto disgustato da desiderare di essere morto.

(Thomas Merton, da Semi di contemplazione)