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Un (altro) Nobel sbagliato

 

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Embrione di 8 cellule, 3 giorni dopo la fecondazione - Immagine Wikipedia

 

”Ritengo che la scelta di Robert Edward sia completamente fuori luogo” e i ”motivi di perplessità non sono pochi”. Lo afferma all’ANSA il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Ignacio Carrasco de Paula. ”Innanzitutto – afferma mons. Carrasco spiegando la sua opposizione alla nomina del professore a cui pure riconosce alcuni meriti scientifici – senza Edwards non ci sarebbe il mercato degli ovociti con il relativo commercio di milioni di ovociti; secondo, senza Edwards non ci sarebbero in tutto il mondo un gran numero di congelatori pieni di embrioni che nel migliore dei casi sono in attesa di essere trasferiti negli uteri ma che più probabilmente finiranno per essere abbandonati o per morire e questo è un problema la cui responsabilita’ e’ del neo-premio Nobel”. Infine, sottolinea il presidente della Accademia per la Vita, ”senza Edwards non ci sarebbe l’attuale stato confusionale della procreazione assistita con situazioni incomprensibili come figli nati da nonne o mamme in affitto”. Leggi l’articolo completo

Quindicenne batte celebre oncologo, uno a zero

"Prof!" esclama di punto in bianco, totalmente off topic,  un’alunna di seconda psicopedagogico, una delle migliori della classe, “fra tutti quelli che conosco, lei è l’unica persona che non veda alcun contrasto tra la fede cristiana e la scienza. E in effetti, pensandoci bene, perché mai dovrebbe esserci contrasto?”

Non aggiungo nulla.  Sorrido fra me e me. Intelligenze migliori crescono.

In stato vegetativo si può apprendere!

Scienziati hanno scoperto che alcune persone in stato vegetativo e di minima coscienza possono apprendere, e quindi dimostrare una forma almeno parziale di consapevolezza. La scoperta è riportata nell’edizione online odierna (20 settembre) di Nature Neuroscience. Leggi l’articolo completo

Perché i cristiani amano le scienze (7)

E questo è il settimo e ultimo (per ora) motivo della nostra rassegna: la scienza ci aiuta a prenderci cura dei nostri fratelli.

Le opere di misericordia, soprattutto quelle corporali, possono essere vissute applicando i frutti della ricerca scientifica. Come tali, esse sono quindi una forma eminente di carità e di servizio. Certamente non di per sè, non in modo automatico: sempre sarà necessaria l’intenzione che dirige al bene la ricerca e le sue applicazioni. Ma ci sono situazioni in cui la giustizia e la carità semplicemente esigono che si attinga pienamente alle conoscenze offerte dalla scienza, per salvare vite, per alleviare sofferenze, per proteggere da pericoli mortali.

Pensiamo al terremoto di pochi giorni fa in Abruzzo. L’ignoranza o la trascuratezza delle norme di sicurezza, indispensabili in territori ad alto rischio sismico, è di per sè ignoranza di dati scientifici e tecnologici. Ma nello stesso tempo, da parte di chi doveva applicare tali norme, è stata una mancanza grave di giustizia e di carità.

Oppure, pensiamo alla varia casistica connessa all’inizio e alla fine della vita umana, con i problemi etici che pone. Qui le conoscenze scientifiche ci guidano a capire meglio come stanno realmente le cose, e quindi cosa il Signore si aspetta da noi, secondo la legge iscritta nel cuore di ogni uomo. Di nuovo, le conoscenze scientifiche rettamente intese ci aiutano potentemente a fare il bene.

Infine, pensiamo alla medicina. Qui è particolamente evidente che la natura da sola non offre sempre all’uomo un ambiente a lui adatto: lo studio scientifico per conoscerla sempre meglio è condizione imprescindibile per poter efficacemente prenderci cura del Cristo sofferente nei fratelli.

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Sette motivi per cui i cristiani dovrebbero amare le scienze (6)

Perché i cristiani amano le scienze (4)

Questo è il quarto motivo: la scienza presuppone che la realtà esiste!

Bella scoperta, direte voi. E avete ragione: da quando esistono i calli e il mal di denti, ogni dubbio al riguardo dovrebbe essere svanito. E invece no: da qualche secolo a questa parte, come può abbondantemente raccontarvi Orsobruno, una parte della filosofia occidentale ama baloccarsi con la bella pensata che il reale sia innanzitutto l’insieme delle rappresentazioni della mia coscienza, e che al di fuori del mio pensiero le cose perdano consistenza e al limite la propria stessa realtà: come a dire, se non ci sono io che la penso, puff! la realtà non c’è più.

E’ un’ipotesi che dall’età di otto-nove mesi (quando si comincia a giocare a bau-cette!, per intenderci) dovrebbe essere già stata superata; e invece no, perchè fa figo che la cosiddetta realtà sia a mia immagine e somiglianza… e fa anche un gran comodo… guarda caso, ai dittatori di tutti i colori.

La ricerca scientifica, per il solo fatto di esistere, testimonia la certezza del senso comune circa l’esistenza reale di… beh, tutto quanto, là fuori. I colori delle rane, le spore delle felci, i vermi degli abissi, la dorsale medio-atlantica. Un baluardo a favore di un much needed realismo filosofico. Se no, chi glielo fa fare? tutta quella fatica, tutti quei soldi, tutto quel tempo, per studiare qualcosa che forse non c’è.

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