Rock e divino, storia di un rapporto tra slanci e censure

da Avvenire, 14 settembre 2008

Quale rapporto c’tra la musica rock e il divino? Sull’argomento anticipiamo un capitolo del libro di Walter Gatti, Help! – il grido del rock, edito da Itaca.


La musica rock ha avuto sempre tre grandi temi a disposizione, argomenti su cui ha espresso il 90 per cento della sua produzione: l’amore, la morte, Dio. Tutte le canzoni con un minimo di costrutto – gira che ti rigira – portano qui. Diciamolo senza perifrasi: il faccia a faccia del rock con il divino c’è da sempre, fin dai tempi di Little Richard ed Elvis Presley, ­ un pezzo della nostra cultura occidentale. Achtung: non sto parlando diamicizia tra rock e Dio. Il rock fa i conti con quell’Altro che si dichiara nella realtà esprimendosi in termini diversi e vertiginosi, amando oppure odiando, accettando o rifiutando, affermando la sua presenza o invocando la sua assenza, elevando benedizioni o bestemmiando maledizioni, lodandone la tenerezza o insultandone la presenza terrena (la Chiesa). Da Bob Dylan a Bob Marley, da Roger Waters a Nick Cave, ma anche da Madonna (poco rock, lo so) agli Europe: tutti prima o poi si confrontano con il fatto che nella realtà e nel proprio io c’è qualcosa che non si spiega da solo e che è la risposta al tutto del desiderare ­Mistero.

Ma fin qui (si potrebbe dire) non­ è molto diverso da quel che accade nella letteratura o nel cinema o nella poesia. Ovvio: il rock non­ è che un linguaggio di comunicazione di massa e attraverso di esso passano tutti i contenuti, anche quelli che abbiamo appena dichiarato. Ma a differenza di altri ambiti comunicativi, il “faccia a faccia con il divino” nel rock viene sottaciuto, sottodimensionato, possibilmente sottoesposto. Sovrastati dalle iconografie rockettare e dai suoi valori-disvalori, l’ascoltatore medio trangugia di tutto, impermeabile ad alcuni spunti, ad alcuni personaggi, ad alcuni suggerimenti, bloccato sull’ascolto immediato della melodia, inabile a quel lavoro che consiste nel provare a capire cosa vogliono comunicare (al di là di due strofe e un ritornello) questi poveri musicisti.

Con un po’ di attenzione si vedrebbe invece quanto spesso il faccia a faccia con il Mistero è dichiarato, esplicitato, espresso in modo forte ed evidente in tante canzone di rockstar note e meno note. Possibile che tutto questo passi sotto traccia? Certo, ammettiamolo candidamente: c’è una cultura che ha sempre mal sopportato il dato, ridicolizzato o giudicato ininfluente ogni qualvolta qualcuno si confronta con Gesù Cristo, come han fatto gli U2 in più di una canzone, chiamandolo per nome e cognome. C’un mondo che mal digerisce la Patti Smith che viene in Italia e si chiude in chiesa a pregare, e la fa passare come una delle ultime bizzarrie della santona del punk. Stessa cosa per il Dylan da amare in toto a parte i suoi “anni cristiani”, oppure per l’Eric Clapton che si ostina a suonare Presence of the Lord anche 40 anni dopo. E’ ­lo stesso clima culturale che fa passare Graham Greene come una spia di Sua Maestà con delle serpeggianti ansie confessionali, oppure Alexander Solgenicyin come un russo anti-comunista in cui il valore della fede ortodossa fosse solo vissuto come antidoto alle mostruosità della nomenklatura. Non si tratta – come dice sempre Mike Scott dei Waterboys – di voler confessionalizzare ­la musica bensì di affermare che il rock senza il confronto con l’estremo Mistero perderebbe gran parte della sua autentica potenza espressiva.

Aggiungiamo una cosa: non si comprende l’esperienza stessa di tante rockstar se si sottace la produzione per tanti versi religiosa di molti di loro. Carnalmente religiosa, verrebbe da dire pensando a Nick Cave.­ E’ molto indicativo vedere che spesso e volentieri il faccia a faccia con l’eterno­ è personale e motivato da eventi personali. Molto spesso c’è un retroterra culturale, di famiglia, di tradizioni, come in Paul Simon o negli U2. In altri casi è una propria esperienza dolorosa e drammatica a ‘costringere’ gli autori a guardare ‘altrove’, cercando un segno, come in Eric Clapton, in Cat Stevens o in Chris Rea. A volte elevando una preghiera, altre volte un ringraziamento.

Dopodiché, attenzione: il rock­ è un moloch che riesce a fare i soldi con tutto, un­ “controculto” (come ha dichiarato senza fronzoli un certo cardinale Joseph Ratzinger nel 1986 nel convegno su Liturgia e musica sacra) capace di ogni cosa se è ­vero che uno dei più sensazionali eventi del business musical-cinematografico­ è stato negli anni ’70 un film rock incentrato sulla figura di Gesù Cristo, Jesus Christ Superstar, e negli States il ‘christian rock’­ è un’industria fiorente di incassi e di miti. Il tutto per controbilanciare le tendenze decisamente pseudo-sataniche di tante bands che puntano su temi e iconografie infernali inneggiando agli ‘amici’ di Lucifero.

Insomma. Se­ è di tutti e di ognuno­ fare i conti con…, anche il rock l’ha fatto e lo fa. (di WALTER GATTI)

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