Noi e san Giuseppe: tutta la vita c’entra con Gesù

Il Sussidiario.net :: PADRE LEPORI/ Tutta la vita c’entra con Gesù – (…) Quando Giuseppe ha appreso che doveva accogliere il Figlio di Dio nella sua vita, nella sua famiglia e nella sua casa, probabilmente si è detto: «Come dovrò comportarmi davanti a Lui? Dovrò adorarlo ventiquattr’ore su ventiquattro, rimanere prosternato davanti a Lui, dovrò evitare di toccarlo, e togliermi i sandali ogni volta che mi avvicinerò a Lui?!».

Poi il Bambino nasce, e Giuseppe si deve rendere conto che l’Incarnazione di Dio non è una messa in scena. Il Figlio di Dio è un bambino veramente bambino, un uomo veramente uomo. Si ha un bel voler restare in adorazione davanti a Lui ventiquattrore su ventiquattro, ma Lui piange perché ha fame, perché ha freddo. Bisogna cercare della legna, accendere un fuoco; in seguito bisognerà guadagnare per Lui il pane quotidiano, poi si dovrà fuggire in Egitto, il che significa preparare i bagagli, bardare l’asino, mettersi in cammino, affrontare pericoli, imprevisti…

Giuseppe si rende conto così che tutta la sua vita, veramente tutta, compresa la cura dell’asino, viene a partecipare della sua relazione con Gesù. Giuseppe si accorge che tutta la sua vita può essere una vita per Gesù; che tutta la sua vita, fin nel minimo dettaglio, entra nella relazione con Gesù. E scopre in ciò un’intensità di vita, un gusto di vivere, che non aveva mai sperimentato in precedenza. Tutto nella sua vita diventa «per il Signore», come chiede san Paolo. Così, Giuseppe non fa alcuna fatica a «fare di cuore» qualsiasi lavoro debba fare. Il suo servizio del Signore penetra così tutta la sua esistenza, tutti i suoi gesti: «Servite a Cristo Signore».

(…)I problemi che ha sicuramente avuto nel suo lavoro, con le persone, o con l’asino, sono probabilmente stati gli stessi quando Gesù aveva pochi mesi o venticinque anni. Ma quando Gesù ha avuto venticinque anni, Giuseppe ha potuto parlargli di quei problemi, e ciò ha cambiato tutto. Giuseppe divenne molto più libero rispetto all’asino e al lavoro, perché capiva più facilmente che Gesù era più importante del resto, e che non c’era bisogno di fare uno sforzo volontaristico per lavorare per Lui, per lavorare e vivere tutto «nel nome del Signore Gesù», offrendo tramite Lui l’azione di grazie a Dio Padre.

Il pericolo, quando si serve il Signore, è spesso quello di essere più attenti al servizio stesso che alla relazione con Lui. Ciò fa sì che siamo concentrati sul servizio, ma è come se il servizio mancasse di tensione, di slancio.

Anche noi dobbiamo avere pazienza, ma più con noi stessi che con Gesù che deve crescere. Tale crescita, che Maria e Giuseppe hanno dovuto attendere basandosi sui tempi di una crescita umana normale, noi invece la viviamo secondo i tempi della nostra maturazione spirituale. Ora non è più l’uomo Gesù che deve crescere, imparare a parlare, a lavorare con noi, ecc., ma siamo noi che dobbiamo crescere nella capacità di entrare in relazione costante con questa Presenza che trasforma la vita. Gesù per noi è già il Risorto glorioso che bussa alla porta di tutta la nostra vita per trasformarla in vita di comunione con Lui, in tutti i suoi dettagli.

Le nostre difficoltà con il lavoro, con le occupazioni, con le molteplici circostanze della nostra esistenza quotidiana, non nascono per mancanza della presenza di Cristo, ma per mancanza di maturità nella relazione con Lui.

Per questo abbiamo bisogno della Vergine Maria, di san Giuseppe, della Chiesa e delle nostre comunità, perché ci rammentino che l’armonia della nostra vita non è là dove controlliamo tutto, là dove abbiamo organizzato tutto bene, là dove non ci sono più problemi, ma là dove accogliamo la presenza reale del Signore che ci dona di amarlo vivendo tutto con Lui e per Lui, verso il Padre, nello Spirito Santo.

foto di zulejka
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