Decisioni che col cristianesimo nulla hanno a che fare


Se questo nostro governo fosse stato in carica nell’Egitto di duemila anni fa, avrebbe rispedito Nostro Signore bambino, Sua Madre e san Giuseppe in Palestina, a disposizione degli sgherri di Erode, magari in ottemperanza a qualche accordo bilaterale.

Quanto ai cristiani che hanno paura del “melting pot”, consiglio loro di andarsi a rileggere il Vangelo, ponendo attenzione alla qualità delle relazioni che Gesù aveva con gli stranieri nel Suo paese.

Il Cristianesimo non ha mai avuto, non può avere, paura della diversità. Tanto meno di quella etnica e culturale, che anzi vede da sempre come una fonte di ricchezza.

Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”.

Inoltre, una cultura politica che afferma di riconoscersi nei valori cristiani non può promuovere iniziative così decisamente contrarie ai diritti e alla dignità delle persone.

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8 thoughts on “Decisioni che col cristianesimo nulla hanno a che fare

  1. Sono situazioni che mi mettono un po’ in crisi, nel senso etimologico del termine.
    Ma davvero spalancare le porte di casa è una soluzione? L’Italia diventerebbe – più di quanto già non sia – la meta di tutti i disperati ma anche dei delinquenti.
    Ti segnalo < HREF="http://www.mascellaro.it/node/33317" REL="nofollow">questo articolo<>.

    Giovanni

  2. Ti ringrazio dell’intervento, ma rimango della mia idea.
    I rimpatri – a cui fa riferimento l’articolo del Mascellaro che mi segnali – sono ben altra cosa, rispetto a quello che il governo sta facendo respingendo i migranti: rimpatriare significa, in una prospettiva sensata, negare l’accoglienza in Italia a chi abbia positivamente fatto qualcosa per cui meriti di essere respinto. (E comunque sempre dopo l’emergenza: su un barcone che rischia di affondare, fra gente stremata dalla sete, non è certo il momento di fare simili screening: è doveroso prestare soccorso, tutto il resto viene dopo). Tutti gli altri – tutti, bada bene, non solo i rifugiati: ma ovviamente essi a più pieno titolo – hanno diritto a venire, in virtù della <>destinazione universale dei beni<> che sia la fede cattolica (CCC n.2403), sia la retta ragione attestano, e <>a cui il diritto alla proprietà privata è sempre subordinato<>, tanto più quanto più gravi sono le condizioni dei paesi d’origine dei migranti.
    L’Italia non è nostra! Ciò che abbiamo è per loro tanto quanto per noi!
    Se i cristiani che da duemila anni esercitano la carità verso i poveri avessero usato come criterio quello che suggerisci – non ci sarà il rischio che stiamo aiutando qualche delinquente? – non avrebbero semplicemente fatto nulla.
    Il buon samaritano del Vangelo aiuta il malcapitato senza prima fare accertamenti sulla pulizia della sua fedina penale – per quel che ne sapeva, poteva essere anche lui un brigante, uno della cosca perdente, che una volta rimessosi in salute avrebbe potuto ipoteticamente depredare il locandiere e rapirne la figlia. E allora? Sulla base di questo dubbio, si poteva lasciarlo sulla strada?
    Mi dispiace dire queste cose in tempo di elezioni. Mi rendo conto delle possibili strumentalizzazioni eccetera eccetera. Ma c’è una proporzione nelle cose. Ritengo l’attuale politica di questo governo verso gli immigrati assolutamente indifendibile. Nessuna ragion politica può attenuare a mio parere una così patente e grave violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.

  3. Siamo ovviamente d’accordo sul dovere morale di condividere i beni con i poveri.
    Ma consideriamo queste due situzioni:
    1) un povero disperato cerca di entrare in casa tua
    2) un gruppo di cento poveri disperati cerca di entrare in casa tua.
    Non è la stessa cosa. E’ vero che “il superfluo dei ricchi appartiene ai poveri” (Populorum Progressio), e la Chiesa sin dagli albori ha sempre indicato il dovere di soccorrere il misero (anzi, questo è un patrimonio già dell’Ebraismo), ma non ha mai negato la proprietà privata.
    Io non riesco in ogni caso a dire: “si fa bene così” o “si fa bene colà” ma in ogni caso credo che una nazione, come un singolo, abbia il dovere di soccorrere i bisognosi, ma anche il diritto di tutelare la propria casa.
    L’Italia non è certo nostra, ma ci è data da amministrare, per il bene nostro ed altrui.
    Ricordo che Tolstoj, in preda a un “attacco di pauperismo” diede tutti i suoi beni ai mendicanti che vedeva in giro ed il giorno dopo si trovò ad osservare la stessa situazione, gli stessi volti scavati, la stessa sofferenza… però osservò che c’era un altro povero, ed era lui.

  4. Carissimo amico, la situazione che tu descrivi (<> …un gruppo di cento poveri disperati cerca di entrare in casa tua…<>) sarebbe applicabile solo se coi barconi o nei doppifondi dei TIR arrivasse un’orda di 6 miliardi di persone (cioè, riprendendo la tua proporzione, 100 volte la popolazione italiana). Questa cifra è molto vicina a quella dell’intera popolazione mondiale. Come vedi, proprio non c’è pericolo. La proporzione fra italiani e immigrati – anche se non applicassimo alcuna politica restrittiva – è tutt’altra, considerando anche che la decisione di emigrare è estremamente dura e onerosa, e che moltissimi muoiono o si perdono per strada nel tentativo di raggiungere l’Europa.
    Del resto, basta fare un po’ di conti: l’Africa ha poco più di 800 milioni di abitanti. Anche se uno su mille – che è già tantissimo! – decidesse di emigrare ogni anno, e di questi il 5% scegliesse proprio l’Italia, ne arriverebbero al massimo 40.000, cioè l’equivalente di una cittadina come Jesi o Lissone. Comunque molto meno del fabbisogno di manodopera per molte figure professionali che in Italia scarseggiano.
    Siamo quindi ben lontani dal pericolo di diventare a nostra volta mendicanti, come il buon Tolstoi… al contrario, gli immigrati generano ricchezza in Italia, in molti modi. Ricchezza economica e umana.
    E’ proprio per compiere il dovere di <>amministrare l’Italia per il bene nostro e altrui<>, come tu dici, che dovremmo aprire le frontiere (ovviamente badando a non importare delinquenza: ma questo è un problema diverso, che non si risolve certo respingendo i barconi!).

  5. Quando dico “aprire le frontiere” ovviamente non intendo assenza di controlli o di una governance sui flussi. Intendo dire che è necessario ristabilire un equilibrio fra flussi in entrata e nostra potenzialità ricettiva (di cui fa parte anche il nostro fabbisogno di manodopera, il bilanciamento demografico, e tanti altri fattori), sottraendo le politiche sull’immigrazione all’emotività (pilotata da un modo distorto di presentare la realtà da parte dei media) e quindi alla demagogia di infimo livello. “Aprire le frontiere” era solo un modo sintetico di sottolineare che questo riequilibrio richiederebbe un ingresso di stranieri molto maggiore di quello attualmente permesso.

  6. Però saresti d’accordo anche tu a mettere un “tetto” ?
    E comunque, l’Unione Europea sta perdendo un’altra occasione di gestire un problema continentale, e ognuno, come si dice dalle mie parti, balla con sua nonna!

  7. Non sono un’esperta: credo che un tetto possa essere fissato per le regolarizzazioni e la cittadinanza italiana, in base alle reali condizioni del paese. Cosa molto diversa è l’accoglienza dei migranti, fra cui una quota prevedibile e significativa di rifugiati, in condizioni di emergenza. Lì non ha senso parlare di un tetto: deve prevalere su tutto il resto il criterio umanitario. Sarebbe come se un pronto soccorso di una grande città stabilisse di non poter accogliere più di un certo numero di casi al giorno: assurdo.

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