La gioia

I paragrafi che seguono appartengono alla parte conclusiva dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino, di papa Paolo VI, scritta per l’anno santo del 1975. L’ho riscoperta grazie a quest’articolo di Giampaolo Cottini, che è stato mio insegnante di liceo: un uomo di profonda pace, intelligente e buono, a cui sono molto grata.

La gioia di essere cristiano, strettamente unito alla Chiesa, «nel Cristo», in stato di grazia con Dio, è davvero capace di riempire il cuore dell’uomo. Non è forse questa esultanza profonda che dà un accento sconvolgente al Mémorial di Pascal: «Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia»? E vicinissimi a noi, quanti scrittori sanno esprimere in una forma nuova – pensiamo per esempio a Georges Bernanos – questa gioia evangelica degli umili, che traspare dappertutto in un mondo che parla del silenzio di Dio! La gioia nasce sempre da un certo sguardo sull’uomo e su Dio: Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce (Lc 11, 34). Noi tocchiamo qui la dimensione originale e inalienabile della persona umana: la sua vocazione al bene passa per i sentieri della conoscenza e dell’amore, della contemplazione e dell’azione. Possiate voi cogliere quanto c’è di meglio nell’anima dei fratelli e questa Presenza divina tanto vicina al cuore umano.

Credo davvero che la capacità di vivere la gioia – spesso nascosta fra le pieghe della sofferenza, dell’aridità, della rabbia di cui inevitabilmente la vita è intessuta – sia il segno certo di chi appartiene a Cristo. E se “la gioia nasce sempre da un certo sguardo sull’uomo e su Dio” (una frase che quasi basta da sola a riempire una vita…), questo significa anche che un di meno di gioia viene spesso da una visione appannata, oscurata: dal nostro stesso orgoglio, perlopiù. Buono a sapersi.

Che i nostri figli inquieti di certi gruppi respingano dunque gli eccessi della critica sistematica e disgregatrice! Senza allontanarsi da una visione realistica, le comunità cristiane diventino luoghi di ottimismo, dove tutti i componenti s’impegnano risolutamente a discernere l’aspetto positivo delle persone e degli avvenimenti. La carità non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1 Cor. 13, 6-7).

Ah, anche questo è così terribilmente attuale! Ci sono tantissimi e buonissimi nostri fratelli in Cristo convinti che il modo migliore per servire la Chiesa sia scagliarsi con veemenza contro chi dentro la Chiesa sbaglia in qualcosa. La gioia è dimenticata: rimane lo zelo soltanto. Sembra quasi che sentano la sferza di cordicelle fatta da Gesù danzare ardente nel palmo della loro mano. Io no. Lascio volentieri quella sferza nel pugno del Cristo, l’Amore stesso. Io, devo ancora imparare ad amare.

L’educazione a un tale sguardo non è solamente compito della psicologia. Essa è anche un frutto dello Spirito Santo. Questo Spirito, che abita in pienezza nella persona di Gesù, lo ha reso, durante la sua vita terrena, così attento alle gioie della vita quotidiana, così delicato e così persuasivo per rimettere i peccatori sul cammino di una nuova giovinezza di cuore e di spirito! È questo medesimo Spirito che ha animato la Vergine Maria e ciascuno dei santi. È questo medesimo Spirito che dona ancor oggi a tanti cristiani la gioia di vivere ogni giorno la loro vocazione particolare nella pace e nella speranza, che sorpassano le delusioni e le sofferenze. È lo Spirito di Pentecoste che porta oggi moltissimi discepoli di Cristo sulle vie della preghiera, nell’allegrezza di una lode filiale, e verso il servizio umile e gioioso dei diseredati e degli emarginati dalla società. Poiché la gioia non può dissociarsi dalla partecipazione. In Dio stesso tutto è gioia poiché tutto è dono.

“L’educazione a tale sguardo…”! quindi nessun cristiano nasce imparato, neanche in questo. La gioia si impara. E il maestro è lo Spirito Santo.
“In Dio stesso tutto è gioia perchè tutto è dono”: ecco, per assaporare fino in fondo quest’altra frase ci vuole un’altra vita intera…

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