Per fare scienza ci vuole fede, speranza e amore

da Zenit: Vi spiego perché alcuni Gesuiti diventano astronomi – La bellezza della conoscenza “inutile”

Hubble's butterfly

Il mondo dell’astronomia è un microcosmo che riflette il modo in cui troviamo le motivazioni per svolgere attività che non comportano profitti evidenti, in termini di finanza o di potere. Non c’è alcun vantaggio evidente, ad esempio, nella conoscenza della gamma dei cluster (grappoli) di stelle. Dove dunque noi astronomi troviamo la motivazione per lavorare insieme su cose che nessuno di noi potrebbe fare da solo? Che cosa ci sostiene, momento dopo momento, nella nostra ricerca?

Il senso di queste domande consiste nel capire come la scienza incontra la religione. È un luogo comune parlare della “guerra senza fine tra scienza e religione”, e un modo comune di risolvere questa “guerra” è affermare che la scienza e la religione hanno ciascuna il proprio campo di applicazione.

Secondo la definizione di Steven Jay Gould, i loro «magisteri non sono sovrapposti». Coloro che mettono una barriera tra scienza e religione dimenticano un aspetto molto importante. Scienza e religione si incontrano senza dubbio almeno in un punto: in quell’essere umano che è lo scienziato, le cui motivazioni e aspirazioni fondamentali, che lo spingono a dedicarsi a quella scienza, sono più o meno apertamente di natura religiosa, e i cui presupposti religiosi sull’universo costituiscono i fondamenti del ragionamento scientifico. (…)

Come ci ricordano i teologi, ogni eresia si basa su una importante verità. Per affermare che non credono in Dio, gli atei devono avere un’immagine piuttosto chiara del dio che rifiutano. E il dio che rifiutano è probabilmente un dio che merita di essere ricusato, molto distante dal Dio che noi credenti abbiamo sperimentato e accolto. Noi crediamo in Dio rispondendo a un’esperienza, non per cieca fede in un libro o in un guru; la nostra fede comporta una personale esperienza di Dio. In tal senso il credente non è diverso da uno scienziato, che osserva e poi cerca di dare una spiegazione a ciò che ha osservato. Nel rifiutare l’intervento del soprannaturale nell’universo, la scienza rifiuta un dio del caos, senza leggi, che agisce per capriccio, in modo insensato. Ma anche il cristianesimo lo rifiuta. Anche se il Dio della Genesi crea con un fiat (“sia”), non lo fa a caso, ma con logica. La maggior parte degli scienziati non sono atei nel senso stretto della parola. La percentuale di scienziati che vanno in chiesa la domenica — o in sinagoga il sabato o in moschea il venerdì — non è affatto diversa da quella della gente comune. Anche gli astronomi che non appartengono a una religione organizzata sono ancora, molto spesso, teisti o almeno agnostici, ovvero intuiscono l’esistenza di Dio, ma non si aspettano di conoscerlo.

Hubble's view of M15

I credenti che la diffidenza ha tenuto lontani dalla scienza potrebbero non conoscere mai la struttura della natura, come hanno fatto invece gli scienziati. D’altra parte, i credenti possono conoscere bene colui del quale gli scienziati possono soltanto intuire la natura. Il Dio della Genesi commentando la creazione la giudica buona; allo stesso modo, anche i più atei tra gli scienziati sperimentano un senso di gioia, una semplice felicità, una sensazione di verità, quando scoprono l’eleganza della natura riflessa nelle leggi della scienza. (…)

Il lavoro scientifico dell’astronomia dimostra che l’intero universo si basa su leggi divine, che danno vita a un insieme piacevole e coerente; la bellezza delle stelle e delle nebulose regolate da queste leggi è l’espressione di tale gioiosa armonia e dà la motivazione per tale impegno.

Ma svolgere concretamente quel lavoro richiede molto di più. Oggi è necessaria una stretta familiarità con la matematica e la fisica, con la chimica e la biologia. Non solo. Il lavoro dell’astronomo si basa anche sulle tre virtù descritte da san Paolo. Per occuparsi di scienza, bisogna accettare i tre princìpi di fede, speranza e amore, che sono indubbiamente di natura religiosa. Si può infatti affermare che essi sono specificamente cristiani. Senza dubbio sono princìpi in cui non tutte le religioni necessariamente credono. (…)

E così il nostro lavoro continua, sia al telescopio sia nei nostri nuovi uffici nei giardini pontifici fuori Roma; e la Chiesa continua a sostenere attivamente la nostra scienza. Il Vaticano mantiene un Osservatorio e chiede ai gesuiti di dotarlo di personale, al fine di mostrare al mondo in maniera visibile che non ha paura della scienza, ma piuttosto ne sposa la causa: questo sulla base della lunga tradizione che considera la conoscenza della creazione come un percorso verso il Creatore.

Hubble view of NGC 2442

E le ragioni per cui siamo astronomi sono antiche come le stelle stesse, espresse in poesia da quando i poeti cominciarono a scrivere. Il profeta Baruc scriveva: «Le stelle brillano nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci”, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create» (Baruc , 3, 34-35). Sant’Ignazio scrisse che «la sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle, che contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire il Nostro Salvatore» (Autobiografia). Chiamiamola consolazione; chiamiamola gioia; chiamiamolo amore. È di stagione tutto l’anno. È lo studio dell’universo, di «tutte le cose» dove troviamo Dio. È il lavoro dell’Osservatorio vaticano. È il lavoro di ogni Osservatorio. Noi lo chiamiamo astronomia.

(©L’Osservatore Romano 28 luglio 2012)

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