Ogni tanto alzo il naso per aria

Ogni tanto alzo il naso per aria
e grido insolente al cielo:
Chi ama chi?
E ogni volta trasalisco alla risposta.

25-4-’89
per Aurelio

Whipped Cream Clouds on True Blue Sky

Per fare scienza ci vuole fede, speranza e amore

da Zenit: Vi spiego perché alcuni Gesuiti diventano astronomi – La bellezza della conoscenza “inutile”

Hubble's butterfly

Il mondo dell’astronomia è un microcosmo che riflette il modo in cui troviamo le motivazioni per svolgere attività che non comportano profitti evidenti, in termini di finanza o di potere. Non c’è alcun vantaggio evidente, ad esempio, nella conoscenza della gamma dei cluster (grappoli) di stelle. Dove dunque noi astronomi troviamo la motivazione per lavorare insieme su cose che nessuno di noi potrebbe fare da solo? Che cosa ci sostiene, momento dopo momento, nella nostra ricerca?

Il senso di queste domande consiste nel capire come la scienza incontra la religione. È un luogo comune parlare della “guerra senza fine tra scienza e religione”, e un modo comune di risolvere questa “guerra” è affermare che la scienza e la religione hanno ciascuna il proprio campo di applicazione.

Secondo la definizione di Steven Jay Gould, i loro «magisteri non sono sovrapposti». Coloro che mettono una barriera tra scienza e religione dimenticano un aspetto molto importante. Scienza e religione si incontrano senza dubbio almeno in un punto: in quell’essere umano che è lo scienziato, le cui motivazioni e aspirazioni fondamentali, che lo spingono a dedicarsi a quella scienza, sono più o meno apertamente di natura religiosa, e i cui presupposti religiosi sull’universo costituiscono i fondamenti del ragionamento scientifico. (…)

Come ci ricordano i teologi, ogni eresia si basa su una importante verità. Per affermare che non credono in Dio, gli atei devono avere un’immagine piuttosto chiara del dio che rifiutano. E il dio che rifiutano è probabilmente un dio che merita di essere ricusato, molto distante dal Dio che noi credenti abbiamo sperimentato e accolto. Noi crediamo in Dio rispondendo a un’esperienza, non per cieca fede in un libro o in un guru; la nostra fede comporta una personale esperienza di Dio. In tal senso il credente non è diverso da uno scienziato, che osserva e poi cerca di dare una spiegazione a ciò che ha osservato. Nel rifiutare l’intervento del soprannaturale nell’universo, la scienza rifiuta un dio del caos, senza leggi, che agisce per capriccio, in modo insensato. Ma anche il cristianesimo lo rifiuta. Anche se il Dio della Genesi crea con un fiat (“sia”), non lo fa a caso, ma con logica. La maggior parte degli scienziati non sono atei nel senso stretto della parola. La percentuale di scienziati che vanno in chiesa la domenica — o in sinagoga il sabato o in moschea il venerdì — non è affatto diversa da quella della gente comune. Anche gli astronomi che non appartengono a una religione organizzata sono ancora, molto spesso, teisti o almeno agnostici, ovvero intuiscono l’esistenza di Dio, ma non si aspettano di conoscerlo.

Hubble's view of M15

I credenti che la diffidenza ha tenuto lontani dalla scienza potrebbero non conoscere mai la struttura della natura, come hanno fatto invece gli scienziati. D’altra parte, i credenti possono conoscere bene colui del quale gli scienziati possono soltanto intuire la natura. Il Dio della Genesi commentando la creazione la giudica buona; allo stesso modo, anche i più atei tra gli scienziati sperimentano un senso di gioia, una semplice felicità, una sensazione di verità, quando scoprono l’eleganza della natura riflessa nelle leggi della scienza. (…)

Il lavoro scientifico dell’astronomia dimostra che l’intero universo si basa su leggi divine, che danno vita a un insieme piacevole e coerente; la bellezza delle stelle e delle nebulose regolate da queste leggi è l’espressione di tale gioiosa armonia e dà la motivazione per tale impegno.

Ma svolgere concretamente quel lavoro richiede molto di più. Oggi è necessaria una stretta familiarità con la matematica e la fisica, con la chimica e la biologia. Non solo. Il lavoro dell’astronomo si basa anche sulle tre virtù descritte da san Paolo. Per occuparsi di scienza, bisogna accettare i tre princìpi di fede, speranza e amore, che sono indubbiamente di natura religiosa. Si può infatti affermare che essi sono specificamente cristiani. Senza dubbio sono princìpi in cui non tutte le religioni necessariamente credono. (…)

E così il nostro lavoro continua, sia al telescopio sia nei nostri nuovi uffici nei giardini pontifici fuori Roma; e la Chiesa continua a sostenere attivamente la nostra scienza. Il Vaticano mantiene un Osservatorio e chiede ai gesuiti di dotarlo di personale, al fine di mostrare al mondo in maniera visibile che non ha paura della scienza, ma piuttosto ne sposa la causa: questo sulla base della lunga tradizione che considera la conoscenza della creazione come un percorso verso il Creatore.

Hubble view of NGC 2442

E le ragioni per cui siamo astronomi sono antiche come le stelle stesse, espresse in poesia da quando i poeti cominciarono a scrivere. Il profeta Baruc scriveva: «Le stelle brillano nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: “Eccoci”, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create» (Baruc , 3, 34-35). Sant’Ignazio scrisse che «la sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle, che contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire il Nostro Salvatore» (Autobiografia). Chiamiamola consolazione; chiamiamola gioia; chiamiamolo amore. È di stagione tutto l’anno. È lo studio dell’universo, di «tutte le cose» dove troviamo Dio. È il lavoro dell’Osservatorio vaticano. È il lavoro di ogni Osservatorio. Noi lo chiamiamo astronomia.

(©L’Osservatore Romano 28 luglio 2012)

Il dolore insensato e la speranza

ANSA CRONACA, SAVONA – Il cadavere di una donna di 30 anni di nazionalita’ polacca, che da anni viveva in Italia, e’ stato trovato stamani in un appartamento al terzo piano in via dell’Oratorio nei pressi dell’ufficio postale di Albissola Marina. La donna, separata e madre di due bambini di 4 e 6 anni, e’ stata trovata accoltellata in bagno.

Sono stati i figli della donna a dare l’allarme: sono andati dai vicini chiedendo aiuto perche’ la mamma stava male. La donna è stata raggiunta da più coltellate, ma quello mortale sarebbe stato un fendente che l’ha raggiunta alla gola.

Non so a voi, ma a me risulta terribilmente facile immaginarmi tutto questo.

Ho sei anni, mi sveglio un mattino, e noto un silenzio strano, la mamma non è venuta a svegliarmi per andare a scuola, non sta sfaccendando in giro per casa. Come mai? Anche il mio fratellino non è andato all’asilo, è lì che dorme, coi capelli arruffati e la coperta scivolata per terra.

Confusa e intontita prima chiamo mamma un po’ di volte, poi più lucida mi alzo e cerco un po’, poi vado in bagno per fare la pipì  e trovo la mamma lì per terra, tutta insanguinata, la chiamo di nuovo ma a voce più bassa e poi capisco che chiamarla ancora non serve a niente.

Intanto si è svegliato anche mio fratello, fa per entrare di corsa in bagno ma si ferma di botto sulla porta vedendo che sono scoppiata a piangere. Comincia a chiedermi “cosa c’è, cos’è che hai, perché la mamma è per terra”, non so che dirgli, ho tanta paura, una paura enorme, e ho mal di pancia e mi gira la testa.  Adesso piange anche lui, devo fare qualcosa per calmarlo, cosa posso fare? Chi può aiutarmi? Mi viene un’idea, vado dalla signora dell’appartamento di fronte, ho ancora i piedi nudi e quando cammino nel corridoio vedo che sono tutti sporchi di sangue sotto, lascio le impronte, e stavo pure per scivolare. Sul pianerottolo ho freddo e mi scappa la pipì, il fratellino mi ha raggiunto e mi prende per mano stando un po’ dietro di me, devo fare questa cosa, suono il campanello, la signora ci mette un bel po’ a venire ad aprire, mi scappa tantissimo… ricomincio a piangere, e dico non so bene cosa alla signora, la mamma sta male può venire ad aiutarci per favore?…

Ecco, continuo a pensare a questa creatura di sei anni, non so neanche se è un bambino o una bambina, che è dovuta crescere in pochi istanti una mattina d’autunno, per amore del fratellino, proteggerlo, decidere che fare, consolarlo, spiegargli cos’è successo anche se lei stessa non lo sa e sta male da morire di paura e smarrimento. E ora è lì che pensa la mamma non c’è più, la mamma è andata in cielo, papà non so dov’è, qui in casa c’è una gran confusione e io non so dove sono i vestitini puliti per vestire mio fratello, e chi ci farà da mangiare oggi a mezzogiorno? La maestra ha detto di portare un copriquaderno verde e uno giallo lunedì, se non lo porto si arrabbia, come faccio? Voglio dare un bacio alla mamma, voglio che mi dia un bacio, chi mi darà un bacio d’ora in poi? Dove mi portano ora? Ecco che si rimette a piangere, mio fratello.

Ecco perché il Figlio di Dio ha voluto salvarci con la Croce, anche se avrebbe potuto farlo con un semplice gesto, con una lacrima o un sorriso soltanto. Ecco perché è voluto sprofondare nel dolore fisico e interiore, è voluto stare in balìa del sadismo e dello scherno, ha voluto subire un processo farsa, e prima ancora ha voluto provare il terrore, il tradimento, l’abbandono, l’eclissi di ogni speranza umana. Ed è risorto, ed è con noi giorno per giorno, per sempre. Lo ha fatto perché anche questi due piccolini di Savona non siano annientati dal dolore, ma nell’amore e nella salvezza di Lui –  che devono fluire attraverso il nostro amore – possano essere salvi. Senza di Lui, quel che è successo a quei due bambini sarebbe un dolore di inaccettabile assurdità. In Lui, c’è speranza, una meravigliosa speranza, persino per loro.

La libertà dentro

La libertà è una cosa molto interiore. Dall’esterno ti possono anche bombardare ma è all’interno che puoi aprire la famosa porta. Non ricordo quale autore diceva che, se non apri tu dall’interno la porta, nessuno può farlo dall’esterno. Più passano gli anni, più profondo deve essere il modo di esercitare questa libertà. Continua a leggere

Tempo

Una mia alunna diciassettenne scrive su Facebook: “Ci vorrebbe più tempo per vivere…”

Ho pensato che se a quell’età – in cui il tempo dovrebbe essere percepito come immenso, eccessivo, fin troppo abbondante – si sente già il tempo stretto, forse è perchè si vive gran parte della vita come se non fosse vita.

Mettere amore in quello che si fa, in fondo, non vuol dire altro che questo: riprendersi la vita.