The Spe Salvi Project 5: leggi del cosmo e libertà

Dobbiamo aggiungere ancora un altro punto di vista. La Prima Lettera ai Corinzi (1,18-31) ci mostra che una grande parte dei primi cristiani apparteneva ai ceti sociali bassi e, proprio per questo, era disponibile all’esperienza della nuova speranza, come l’abbiamo incontrata nell’esempio di Bakhita.

Condizione sociale modesta = maggiore disponibilità a una speranza di novità. Interessante. Come dire: se tutta la tua vita è “a posto”, soldi+lavoro+salute+morosa, sarai facilmente una persona chiusa, a cui la speranza non interessa. Salvo poi precipitare nella disperazione quando l’uno o l’altro dei tuoi puntelli vengono a mancare (la morosa ti pianta, il lavoro lo perdi, ecc). Una condizione più difficile e precaria, invece, ti predispone alla speranza: sei più aperto, sei come in attesa.
Mi viene da pensare al mio amico Mario, che da anni lavora con i carcerati (come insegnante di corsi professionali) e dice che è un’esperienza bellissima, che ha costruito relazioni umanamente significative come in nessun altro ambiente.
Penso anche alla mia amica Valentina, disabile fisica grave, e tormentata da dolori continui, eppure aperta, allegra, sensibile, attiva ed intraprendente.
La debolezza apre alla speranza, quindi ti rende più umano.

Tuttavia fin dall’inizio c’erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Poiché proprio anche loro vivevano «senza speranza e senza Dio nel mondo».

Chi mi ricorda?…

Il mito aveva perso la sua credibilità; la religione di Stato romana si era sclerotizzata in semplice cerimoniale, che veniva eseguito scrupolosamente, ma ridotto ormai appunto solo ad una «religione politica». Il razionalismo filosofico aveva confinato gli dèi nel campo dell’irreale. Il Divino veniva visto in vari modi nelle forze cosmiche, ma un Dio che si potesse pregare non esisteva.

Anche quest’ultima frase mi colpisce. Abituata a un Dio-Amore (viziata, direi), non mi ero accorta che quando gli uomini si inventano il “loro” Dio, lo pensano lontano: possono contemplarlo, temerlo, implorare la sua clemenza, chiedere qualche favore, ma non riescono a immaginarselo in dialogo con noi.

Paolo illustra la problematica essenziale della religione di allora in modo assolutamente appropriato, quando contrappone alla vita «secondo Cristo» una vita sotto la signoria degli «elementi del cosmo» (Col 2,8).

E’ sorprendente: il Papa qui mostra che non c’è differenza, dal punto di vista del cuore dell’uomo, tra un mondo “arcaicamente” avvolto dal terrore per le forze sconosciute del cosmo (ignoranza, superstizione) e quello “modernamente” esplorato in lungo e in largo, ma che ci condanna ugualmente ad essere nient’altro che una sua casuale propaggine (materialismo, determinismo), quindi, in fondo, al nulla.

In questa prospettiva un testo di san Gregorio Nazianzeno può essere illuminante. Egli dice che nel momento in cui i magi guidati dalla stella adorarono il nuovo re Cristo, giunse la fine dell’astrologia, perché ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo.

E qui qualcuno si arrabbierà proprio, perchè se il massimo della superstizione (il nostro destino dipende dagli astri) e il massimo dello scientismo (siamo l’esito di un’accidentale evoluzione materiale) hanno le stesse conseguenze (non c’è libertà in noi, non c’è speranza per noi), beh, allora perchè tanta spocchia di certa (malintesa) scienza? Non sarà forse un modo molto complicato e raffinato di dire una cosa molto rozza e molto vecchia?

Di fatto, in questa scena è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi.

Già! Una concezione materialista dell’uomo ha il suo bel daffare a spiegare la possibilità per l’uomo di essere libero. E quando vuol essere rigorosa e non si accontenta di un patetico liquidare la questione (“Beh, a un certo punto è successo che la scimmia ha acquisito coscienza di sè… Se no, che se ne faceva di tutta quella corteccia cerebrale?”), di fatto è costretta a negare la nostra reale libertà. Con tutte le sgradevoli conseguenze del caso.

Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi.

Qui un’altra folgorazione. La nostra libertà è spiegabile solo con l’amore di Dio, col fatto che siamo stati voluti, per amore, uno ad uno.
E’ bellissimo quel ragione, volontà, amore – una Persona.
Ed anche questo:
se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi allora siamo liberi: la misura della nostra libertà è una relazione (di amore).

Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore.

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The Spe Salvi Project 4: una società nuova

(…) Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della piccola schiava africana Bakhita è stata anche l’esperienza di molte persone picchiate e condannate alla schiavitù nell’epoca del cristianesimo nascente. Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito. Gesù non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica, come Barabba o Bar-Kochba.

Qui la riflessione si confronta con la tentazione storica, sempre presente, di rovesciare le strutture sociali ingiuste con la violenza. E ne propone una critica originale e audace, che prescinde dalla illegittimità della violenza in sè: in realtà, in Cristo, la società è già nuova!

Ciò che Gesù, Egli stesso morto in croce, aveva portato era qualcosa di totalmente diverso: l’incontro col Signore di tutti i signori, l’incontro con il Dio vivente e così l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo. Ciò che di nuovo era avvenuto appare con massima evidenza nella Lettera di san Paolo a Filemone. Si tratta di una lettera molto personale, che Paolo scrive nel carcere e affida allo schiavo fuggitivo Onesimo per il suo padrone – appunto Filemone. Sì, Paolo rimanda lo schiavo al suo padrone da cui era fuggito, e lo fa non ordinando, ma pregando: « Ti supplico per il mio figlio che ho generato in catene […] Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore […] Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo » (Fm 10-16). Gli uomini che, secondo il loro stato civile, si rapportano tra loro come padroni e schiavi, in quanto membri dell’unica Chiesa sono diventati tra loro fratelli e sorelle – così i cristiani si chiamavano a vicenda. In virtù del Battesimo erano stati rigenerati, si erano abbeverati dello stesso Spirito e ricevevano insieme, uno accanto all’altro, il Corpo del Signore. Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro.

Che formidabile fonte di riflessione per i cristiani impegnati in politica!

Se la Lettera agli Ebrei dice che i cristiani quaggiù non hanno una dimora stabile, ma cercano quella futura (cfr Eb 11,13-16; Fil 3,20), ciò è tutt’altro che un semplice rimandare ad una prospettiva futura: la società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata.

Quindi nella prospettiva del papa non c’è la fuga consolatoria nel pensiero dell’aldilà, non c’è l’oppio del paradiso contrapposto alla “valle di lacrime”: la società impropria contiene già comunque quella nuova e definitiva, la comunione in Cristo.

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The Spe Salvi Project 3: Bakhita

Ora, però, si impone la domanda: in che cosa consiste questa speranza che, come speranza, è «redenzione»? Bene: il nucleo della risposta è dato nel brano della Lettera agli Efesini citato poc’anzi: gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano «senza Dio nel mondo». Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza. Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile.

Non lo percepiamo, o proprio non lo viviamo? Il dubbio rimane. Quando non ho coscienza della salvezza, dell’amore di Dio in cui sono immersa, della speranza che mi è donata, com’è possibile che tutto questo sia comunque reale? Certo è reale, perché non dipende dalla mia mente e quindi dalla mia consapevolezza. Ma certo sarà drammaticamente meno efficace.

L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo «padroni» così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava «paron» il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un «paron» al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal «Paron» supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Ora lei aveva «speranza» – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo «Paron». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva «redenta», non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti.

Conoscevo già l’incredibile storia di santa Bakhita: la gente dell’Opus Dei oltretutto le vuole molto bene perché la sua beatificazione avvenne lo stesso giorno di quella di Josemarìa Escrivà, il 17 maggio 1992. Io ero a Piazza san Pietro quel giorno 🙂
Ma la sua storia è estremamente attuale: si può leggere anche come la storia di innumerevoli persone che dopo aver conosciuto la schiavitù, lo sfruttamento, l’abuso e la disperazione, all’improvviso incontrano Dio e la sua tenerezza nei volti di cristiani che li liberano. Penso alle prostitute salvate dall’associazione di don Benzi, ai malati di AIDS curati da madre Teresa, e a mille altre storie anche molto vicine alla nostra vita di tutti i giorni.

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The Spe Salvi Project 2: fede, speranza, futuro

Prima di dedicarci a queste nostre domande, oggi particolarmente sentite, dobbiamo ascoltare ancora un po’ più attentamente la testimonianza della Bibbia sulla speranza. « Speranza », di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla « pienezza della fede » (10,22) la « immutabile professione della speranza » (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), « speranza » è l’equivalente di « fede ».

Allora non sono solo io a vederla così! 🙂 (vedi post precedente)

Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l’aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l’esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12). Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dèi, che avevano avuto una religione, ma i loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza. Nonostante gli dèi, essi erano « senza Dio » e conseguentemente si trovavano in un mondo buio, davanti a un futuro oscuro. « In nihil ab nihilo quam cito recidimus » (Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo) dice un epitaffio di quell’epoca – parole nelle quali appare senza mezzi termini ciò a cui Paolo accenna. Nello stesso senso egli dice ai Tessalonicesi: Voi non dovete « affliggervi come gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4,13).

“In nihilo ab nihilo…” Terribile, sembra di leggere le parole di tanti nostri contemporanei. Di quei ragazzi che su MySpace annunciano il loro suicidio dell’indomani. E di tante altre voci, di tanti altri occhi, la mattina sulla metropolitana.

Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente.

Quest’ultima frase rende psicologicamente intellegibile la paralisi esistenziale di tanti ragazzi. In un’età che dovrebbe essere tutta slancio verso il futuro, sono restii ad aprirsi al nuovo, tristi e “vecchi”, pieni di paura.

Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una « buona notizia » – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo « informativo », ma « performativo ». Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova.

Uno dei più grandi maestri della mia adolescenza diceva: la differenza fra un ideale e un’ideologia è che un ideale comincia a cambiarti la vita da subito, non appena cominci a viverlo. In un certo senso, in questa prospettiva di cui parla il papa, il futuro è “presentificato”: c’è una continuità vitale fra ora e dopo, fra presente e futuro. Una dimensione del Cristianesimo a cui non avevo mai pensato.

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The Spe Salvi Project 1: il nesso con la salvezza

« SPE SALVI facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 8,24). La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora, si impone immediatamente la domanda: ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di quale tipo di certezza si tratta?

La prima cosa che desidero capire, studiando quest’enciclica, è che differenza c’è fra fede e speranza, perché di fatto io tendo a confonderle. Tendo a vedere anzi la speranza come un corollario della fede, un aspetto secondario, una sua conseguenza.
La seconda è perché questa virtù apparentemente “accessoria” sia invece una delle tre virtù teologali, più importante (e di gran lunga) della giustizia, per esempio; e come tale sia un dono diretto di Dio, non un semplice sentimento.
Ma ora la prima cosa che mi colpisce è il nesso che il papa stabilisce fin dal titolo fra speranza e salvezza. E siccome la salvezza cristiana è qualcosa di difficile da capire – se spiegata nei termini tradizionali – per la sensibilità contemporanea, la cosa si fa estremamente interessante: mi fiondo così nel capitolo successivo.

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