Magro coi baffi con una giacca bigia

Magro coi baffi con una giacca bigia
con una borsa sciupata aperta per terra
al mondo da poco più di vent’anni
tu, timido o infastidito che fossi,
non lasciavi che ti ridessero gli occhi
come speravo. Oppure eri triste
ma per colpa tua, senza motivo,
perché eri circondato di felicità interminata.
E ne uscivano fiotti dalle tue mani
fiumi dalle tue labbra
mari alle tue spalle
e ci costringevi a perderci in quei mari
e ci tenevi lì
costretti dalla stessa forza che costringeva te
a suonare a lungo a lungo
senza fermarti senza alleggerire il tocco
senza diluire il ritmo senza sogno
ci portavi dove andavi con violenza.
Dublino non stupiva di te tuttavia,
ne eri parte e parte dolorosa,
(perché è talmente pesante la bellezza)
minatore di voragini iridate
all’ora di chiusura dei negozi.

7-11-’87

Harp busker

Reginella torna a casa

C’era una volta una tizia che, come diceva – e faceva – san Josemarìa, e prima ancora di sapere che lui diceva così, usava le canzoni per parlare con Dio. Non i canti sacri: ma le canzoni normali, quelle che si sentono alla radio tutti i giorni, vecchie e nuove.  Trovava che le parole di molte canzoni fossero assolutamente perfette per dire a Dio certe cose che si sarebbe un po’ vergognata di dirGli così, direttamente, nude-e-crude.

A volte per esempio, dopo la Comunione, il suo ringraziamento era una canzone, spesso jazz, cantata sottovoce per la strada. Questa tizia canterina era sicura che la cosa piaceva molto al suo Dio, perchè anche Lui ha un Cuore d’Uomo, e gli piace molto la musica.

Dopo un bel po’ di tempo, la nostra tipa (che comunque in genere cantava pensando totalmente ai cavoli suoi, o piuttosto, non pensando proprio a nulla) capì che il sistema funzionava anche alla rovescia. Solo così si spiegavano certe strane insistenze di alcune canzoni che le frullavano in testa per ore. Non sempre, è vero, ma a volte si trattava probabilmente di un modo che Dio usava per farle capire qualcosa. Lui è furbo e sa come prendere la sua cantatrice pazza. Ma il più delle volte lei, appunto essendo pazza, non ci faceva caso.

Una sera la tizia aveva una cucina assai sporca e disordinata da sistemare, e dopo aver rimandato e procrastinato, esitato e bighellonato, con estrema riluttanza si mise all’opera. Ad un certo punto si accorse che, fra pile di piatti, spugnette e detersivi, stava canticchiando da un bel pezzo la stessa canzone: questa.

Te si’ fatta na vesta scullata, | nu cappiello cu ‘e nastre e cu ‘e rrose…
stive ‘mmiez’a tre o quatto sciantose | e parlave francese…è accussí?
Fuje ll’autriere ca t’aggio ‘ncuntrata | fuje ll’autriere a Tuleto, ‘gnorsí…

T’aggio vuluto bene a te! | Tu mm’hê vuluto bene a me!
Mo nun ce amammo cchiù, | ma ê vvote tu, distrattamente, pienze a me!…

Reginè’, quanno stive cu mico, | nun magnave ca pane e cerase…
Nuje campávamo ‘e vase, e che vase! | Tu cantave e chiagnive pe’ me!
E ‘o cardillo cantava cu tico: | “Reginella ‘o vò’ bene a stu rre!”

Oje cardillo, a chi aspiette stasera? | nun ‘o vvide? aggio aperta ‘a cajóla!
Reginella è vulata? e tu vola! | vola e canta…nun chiagnere ccá:
T’hê ‘a truvá na padrona sincera | ch’è cchiù degna ‘e sentirte ‘e cantá…

L’insistenza con cui quella canzone le girava in testa, per cui proprio non riusciva a non cantarla, colpì l’indaffarata donnetta, che cominciò a chiedersi : perché proprio “Reginella”? E dopo un po’ ebbe una specie di deja-vu. Le risultò improvvisamente evidente che la canzone raccontava una storia un po’ simile a questa.

Il suo Signore era geloso! E finalmente era riuscito a farglielo capire!

E fu così che la cantante si decise, e andò a confessarsi.

Sette minuti e un secondo di brividi

Bruce Springsteen con la Seeger Sessions Band: “Oh Mary Don’t You Weep“, dal vivo al Point Theatre di Dublino, Irlanda, novembre 2006.

Well if I could I surely would / Stand on the rock where Moses stood
Pharaoh’s army got drownded / O Mary don’t you weep
O Mary, don’t you weep, don’t mourn / O Mary, don’t you weep, don’t mourn
Pharaoh’s army get drownded / O Mary, don’t you weep
Well Mary wore 3 links of chain / on every link was a Jesus’ name
Pharaoh’s army got drownded / O Mary don’t you weep
O Mary, don’t you weep, don’t mourn / O Mary, don’t you weep, don’t mourn
Pharaoh’s army get drownded / Oh, Mary, don’t you weep
Well one of these nights bout 12 o’clock / this old world is gonna rock
Pharaoh’s army got drownded / O Mary don’t you weep
Well Moses stood on the Red Sea shore / And smote the water with a two by four
Pharaoh’s army got drownded / O Mary don’t you weep
O Mary, don’t you weep, don’t you mourn / O Mary, don’t you weep, don’t you mourn
Pharaoh’s army got drownded / O Mary, don’t you weep
Well, old Mr. Satan he got mad / Missed that soul that he thought he had
Pharaoh’s army get drownded / O Mary, don’t you weep
Brothers and sisters don’t you cry / they’ll be good times by and by
Pharaoh’s army got drownded / O Mary don’t you weep
O Mary, don’t you weep, don’t mourn / O Mary, don’t you weep, don’t mourn
Pharaoh’s army get drownded / O Mary, don’t you weep

Reblog this post [with Zemanta]

Cos’hanno da insegnarci?…

Beh, per esempio dagli statunitensi dovremmo imparare… l’autoironia!

Un altro film che avrei voluto fare io…

«È una storia curiosa: più invecchiamo e più perdiamo quel senso di fiducia divina che è patrimonio della gioventù, e gli attimi in cui crediamo di aver preso la decisione giusta sono sempre più rari… Oggi sono raramente soddisfatto di me stesso e quasi mai ho l’impressione che il mio operato abbia successo: porto il peso del raccolto del rimpianto. Ma c’è un altro peso, ancor più gravoso, che mi era sconosciuto in gioventù: il peso di non avere una patria».

Sono queste le parole di Sergej Rachmaninov con le quali si alza il sipario sull’affascinante film-documentario che Tony Palmer ha dedicato al maestro russo, emblematicamente intitolato The Harvest of Sorrow, “Il raccolto del rimpianto”.

Leggi il resto dell’articolo qui: Il Sussidiario.net :: RACHMANINOV/ Il raccolto del rimpianto.

Qui sotto, invece, il video dell’inizio del concerto n.3 per piano e orchestra (il famigerato “Rach3” del film Shine): al piano è Martha Argerich, in una registrazione dell’82.

Reblog this post [with Zemanta]