Ho finalmente capito …

…che per me le immagini sono più importanti delle parole. (Ce ne ho messo di tempo, a capirlo! direte voi.) Infatti mi chiamo Pokankuni, che significa imparare guardando gli altri: guardando, non ascoltando nè leggendo.

Qualche volta si parlerà di arte.

Qualche altra volta, di arte sacra.

Ma mi voglio anche divertire, qui, e quindi ogni tanto usciranno anche post fatti solo di un’immagine. E la prima la dedico a mio marito:

Non so cosa significasse l’immagine, nelle intenzioni dell’illustratore, ma per mio marito sarà chiarissima.
Ma… c’entra tutto questo con la fede, qualcuno si sta chiedendo? Aha. C’entra, c’entra.

Hegel e il razionalismo

Mi sembra che quella parte della storia della filosofia indicata sotto il nome di Razionalismo, sia molto più ampia di quanto comunemente indicato, potendo includere altri Autori al di là dell’arco temporale «da Cartesio a Leibniz». Fra questi, secondo me, va soprattutto annoverato Hegel.

Certo, tutto dipende molto da come si intende il termine Razionalismo.

Io lo intendo come quella particolare deformazione della razionalità che presenta paradossalmente una sontuosa parvenza di razionalità. E che non va circoscritto troppo rigorosamente al XVII secolo.

Il Razionalismo vende bene se stesso. Si presenta come rigoroso, conseguente, sistematico: il meglio che la ragione, fino a quel momento usata solo barbaramente, possa dare. In realtà però nei razionalisti si osserva soprattutto una sfrenata fantasia, eccellente dote per un romanziere, pessima per un filosofo. Una fantasia che sembra essersi innamorata follemente della propria creatura, e per nulla al mondo vi rinuncerebbe. Nemmeno quando la sua costruzione comincia a fare acqua da tutte le parti. Anzi, quello sarà il momento in cui, come in un cartone animato, la vedremo correre a mettere toppe da tutte le parti.

Hegel a me sembra proprio la quintessenza di questo spirito razionalistico che si autoproclama sommamente razionale.

Il suo sistema, ridotto all’osso, non è che un gigantesco panteismo. In questo, non mi sembra davvero una novità.

Ma lui, in questo panteismo, riesce ad includere veramente tutto. Includere come? A martellate direi. Ogni manifestazione del reale è sistemata da qualche parte nelle innumerevoli spire triadiche del suo sistema. La sensazione che, per ottenere questo, siano necessarie infinite forzature, è, a mio avviso, impetuosa.

Vediamo brevemente la struttura essenzialissima della costruzione.
Dio è tutte le cose e tutte le cose sono Dio. Vecchia idea, dicevo.

Dio – che poi viene chiamato Idea, Ragione o Spirito a seconda dei diversi momenti e prospettive del discorso – si autopone. Sembra essere l’antica fantasia plotiniana, poi ampiamente ripresa dal Razionalismo, di Dio «Causa Sui», Causa di Sè: vero assurdo della ragione perchè, se qualcosa non esiste, come fa a porsi in essere?

Dio non è immobile, «dato» così una volta per tutte. Analogamente all’uomo, che è prima embrione, poi bimbo, e poi adulto, anche Dio evolve e prende progressivamente coscienza di Sè. L’idea, esposta così chiaramente, è di Schelling, Hegel si limita a riprenderla. Non che ci si debba azzuffare, secondo me, sulla paternità di un’idea così. E’ fantasiosa, è originale, si dice in questi casi. E allora? Ci mancano idee per una fiction? O la filosofia è un’altra cosa? Razionalmente, mi sembra assai grezza l’operazione di prendere a prestito il modello della crescita umana e di applicarlo a Dio. Ma procediamo.

Dio, in Sè (Logica), pone qualcosa fuori di Sè (Natura), allo scopo di superarsi dialetticamente e di ritrovarsi infine, arricchito, in Sè e per Sè (Spirito).
L’elegante parto della fantasia dell’Io che si autopone e pone il Non-io per superarsi, è di Fichte. Hegel vi aggiunge il fatto che l’Io – o Spirito, o Ragione, o Dio – non procede così indefinitamente, senza giungere a un traguardo, ma lo raggiunge: è il ritorno a Sè, l’Io in Sè e per Sè, lo Spirito Assoluto.

Questo movimento dialettico di Dio che prende progressivamente coscienza di Sè, ha lasciato e lascia ovunque le sue tracce. Non dimentichiamo infatti che, secondo Hegel, tutto è manifestazione di Dio, perchè tutto è Dio. La storia, l’arte, la religione, la filosofia: ogni cosa è manifestazione, a livelli diversi e sempre più alti, di Dio che prende coscienza di Sè. La cosa interessante è che Dio prende coscienza di Sè… nell’uomo. E’ logico, no? Se tutto è Dio, anche l’uomo è Dio, e il pensiero dell’uomo è autocoscienza di Dio. La filosofia è dunque opera dell’uomo ma, al tempo stesso, è Dio che acquista consapevolezza di Sè. E in modo specialissimo nel pensiero filosofico, secondo un andamento progressivo. Che raggiunge il suo culmine, in pratica, solo con Hegel. E’ solamente con Hegel che Dio, finalmente, raggiunge la piena autocoscienza di Sè. Il senso dell’intera Storia è finalmente compiuto. Non sto scherzando, il succo del pensiero di Hegel è proprio questo.

E questa non è forse fantasia sfrenata, per non dire di peggio?

E’… razionalismo, perlomeno nel senso che ho proposto, di costruzione sistematica con grandi parvenze – e autoreferenze – di rigore, razionalità, critica, e chi più ne ha più ne metta.

C’è da meravigliarsi se larga parte del pensiero filosofico, a seguito di questo, ha preso strade di negazione (irrazionalismo) o di riduzione (positivismo e molte altre cose) della razionalità?

Posso dire allora che, proprio perchè amo la razionalità, detesto il Razionalismo?

(intervento pubblicato in precedenza su filosofico.net e sul forum filosofico di kataweb nell’ottobre 2006)

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Prendendo spunto da Giovanni Pico della Mirandola

Vi ricordate di Giovanni Pico della Mirandola? Questo geniale filosofo, nato vicino a Modena (come il grande Francesco Guccini!) nel 1463 e morto purtroppo giovanissimo a Firenze nel 1494, cercò di valorizzare quella parte di verità che si trova in ogni fonte filosofica e di comporla in unità. Tentò di organizzare a Roma una grande riunione dei sapienti dell’epoca, proprio a questo scopo.

Forse il suo ideale, stupendo ma un po’ ingenuo, avrebbe portato a un sincretismo piuttosto superficiale. Comunque nessun problema, perché i filosofi continuarono a scannarsi come avevano fatto da sempre e fanno tuttora.

Eppure a volte, studiando il pensiero di autori che la tradizione successiva presenta come «l’un contro l’altro armati», mi sembra di scorgere elementi di convergenza tutt’altro che secondari. Mi sembra che i “contendenti” o, forse meglio, i loro interpreti, non si accorgano che, a comprendere meglio le sfumature dei termini impiegati dall’uno o dall’altro o, più spesso, l’àmbito di applicazione di un discorso – che tante volte non è “concorrenziale” ma complementare a quello dell’”avversario” – la realtà che emerge non è quella della distanza ma della prossimità. Tante altre volte succede che autori brillantissimi in una o più discipline filosofiche, non lo siano allo stesso modo su tutte. Così mi immagino che, soprattutto alla loro epoca, autori geniali siano stati massacrati dai loro avversari sui punti deboli ma poi non valorizzati sui punti forti. Che so, posso immaginare che, per non “pubblicizzare” troppo i punti controversi della sua concezione della Legge, gli avversari di Duns Scoto non abbiano riconosciuto il suo genio metafisico; o che per denigrarne il pensiero metafisico – che in effetti lascia molto perplesso anche me – gli avversari di Ockham non abbiano però riconosciuto a dovere la sua grandezza nella logica e, per usare una terminologia posteriore, nella filosofia della scienza.

Tutte queste sono ingiustizie che una presentazione moderna ed equilibrata della filosofia dovrebbe sanare.

Il mio obiettivo non è il sincretismo filosofico, ma quello di superare la polverizzazione delle posizioni filosofiche, poste a troppa distanza le une dalle altre e con pochi canali di comunicazione. Quindi secondo me non si tratta di aguzzare la vista per convincersi di vedere ciò che non c’è, ma di riconoscere qualcosa che effettivamente c’è. Se mi passate un paragone della mia formazione biologica, mi sembra che i filosofi siano un po’ come le sinapsi nel cervello: vicine fra di loro o comunque mai troppo lontane, e soprattutto molto collegate.

Questo tipo di presentazione che, a mio avviso, riflette meglio la realtà storica della filosofia, avrebbe un importante effetto positivo: diradare un po’ l’attuale disperazione sul fatto di raggiungere almeno qualcosa di vero e condiviso attraverso il lavoro filosofico; ridare un po’ di fiducia all’uomo nel fatto che la ragione, per parlare come un personaggio di Corrado Guzzanti, non “miagoli nel buio”. Se infatti restiamo legati a una presentazione filosofica all’insegna del “quot capita tot sententiae”, tante opinioni quanti filosofi, sembrerà a tutti una chimera raggiungere qualche verità.

Considerando la filosofia contemporanea, vedo un meraviglioso sviluppo di discipline: filosofia del linguaggio, ermeneutica, etica, filosofia della scienza, logica, filosofia sociale e politica, estetica…

Vorrei che fra tutte queste discipline regnasse una grande stima e una grande sinergia. Vorrei che non succedesse mai, per esempio, quello che mi sembra accada nel campo della psicologia: gli psicoanalisti sono certi di avere tutti gli strumenti per curare la psiche e pensano che gli altri siano tutti ciarlatani; i “behaviouristi” sono convinti di sapere fare tutto e ritengono che gli analisti siano dei barbogi rincitrulliti; quelli che fanno psicoterapia pensano che gli psicofarmaci non servano a un fresbee; altri terapeuti ti imbottiscono di farmaci e non ti guardano in faccia. Ognuno cura il suo piccolo orticello convinto che sia l’unico, inopinabile orto sincero in cui apparirà il Grande Cocomero (apprezzare la dotta citazione di Linus 😉 ). Ma è chiaro invece che è necessario parlarsi, e parlarsi con stima, ascoltando attentamente, riflettendo su quanto si è ascoltato. Questo è il clima che vorrei regnasse oggi nella filosofia contemporanea.

Infine vorrei che, fra le discipline giustamente in auge della filosofia contemporanea, tornasse ad essere apprezzata la metafisica, la filosofia dell’essere. Credo che non fosse male la definizione di “filosofia prima” che ne dava Aristotele. Però bisogna intendersi su questa espressione. La metafisica deve essere filosofia prima alla maniera delle fondamenta di una casa; crea le condizioni perché la casa si regga in piedi. Se invece, come forse a volte è avvenuto in passato, la “filosofia prima” viene imposta come filosofia mattatrice, filosofia faso-tuto-mi, filosofia prima della classe, è chiaro che la gente ne ha ben presto fin sopra la cima dei capelli e reagisce con esasperazione, come Ockham, come tutto l’empirismo successivo e ovviamente non solo l’empirismo.

Una metafisica che dal ruolo di Cenerentola tornasse ad essere considerata una di famiglia insieme a tutte le altre, porterebbe immediati vantaggi, in primo luogo all’antropologia filosofica e alla gnoseologia, a cui è tanto strettamente collegata, ma poi anche a tutto il resto.

Per essere apprezzata la metafisica deve però anche essere fatta capire. Una volta ho letto un’introduzione alla fenomenologia molto ben fatta, molto chiara; aveva un approccio ai concetti molto pratico, molto “esperienziale”. Mi sembrava quasi di avere capito la fenomenologia 😉

Penso che anche la metafisica avrebbe bisogno, forse più ancora di un altro Platone, Aristotele o Tommaso, di gente che vada a prendere dagli scaffali alti e polverosi i vecchi strumenti di lavoro: atto e potenza, essere ed essenza, sostanza e accidenti e… accidenti!, che faccia capire alla gente cosa sono quelle cose strane e apparentemente inutili e perché, se sono usate dando loro il giusto rilievo, possono servire come primo avviamento verso tante altre cose buone, filosofiche e non, e quindi senza affatto escludere, dopo una serie di opportuni passaggi, il piacere di degustare una porzione calda e fumante di pasta e fagioli con un buon bicchiere di vino, con la gioia e la semplicità di chi, sapendo che ogni bene proviene da Dio, se li sente versati nel piatto e nel bicchiere da Lui. A dire il vero per vivere questo non è necessaria la filosofia, basta il senso comune. Ma la vera metafisica è appunto al servizio del senso comune, ed entrambi si aprono alla Rivelazione.