Com’è trendy la morte

Da giorni vado rimuginando sul tema improvvisamente diventato di moda, sul nuovo trend mediatico: ammazzarsi. 

Il suicidio è diventato chic?

The Dance of Death (1493) by Michael Wolgemut,...

The Dance of Death (1493) by Michael Wolgemut, from the Liber chronicarum by Hartmann Schedel. (Photo credit: Wikipedia)

Ci hanno riportato o rievocato in rapida sequenza i suicidi di un anziano regista, di un maturo sacerdote svergognato da uno show televisivo, di un diacono la cui ordinazione sacerdotale era stata rimandata, quello “per interposta persona” di due disabili gravissimi, uno in grado di manifestare la propria volontà e l’altra invece no (e mai sapremo se davvero volesse morire)… e quello preannunciato dalla fattucchiera consultata da un celebre comico

Cosa accomuna queste morti? Solo la disperata solitudine, solo lo smarrimento totale di qualunque senso.

Tante cose avrei voluto dire su questa grande Danse Macabre, ma infine ho deciso di far parlare altre due voci.

La prima è di don Eligio Ciapparella, che scrive al direttore di Avvenire. Copincollo un brano della sua lettera. I grassetti li ho messi io.

A noi non è lecito tacere. Domenica scorsa la Liturgia ci ricordava a proposito del Battista: «Voce di uno che grida nel deserto…», e il suo grido non scherzava: «Razza di vipere…». Anche oggi c’è tanto deserto, soprattutto deserto nei cuori, pieni di sabbia. Ma noi gridiamo. Pure la vicenda del regista Monicelli, con la sua morte violenta di suicidio, ha visto persone autorevoli insinuare, subdolamente, un’esaltazione e stima per quell’atto. Ora, è chiaro che si deve avere per l’uomo Monicelli lo sguardo misericordioso che Dio ha su ciascuno di noi, a partire da me. Ma se poi qualcuno definisce il suicidio «manifestazione di forte personalità», «estremo scatto di volontà», «l’ultimo colpo di teatro», «non ha voluto lasciarsi morire», «gesto eroico…», allora noi non possiamo tacere per evitare di giudicare l’atto pur rispettando l’uomo. Il gesto eroico è quello di mia madre e di tante persone che con coraggio e dignità hanno affrontato una grave malattia. Altrimenti… un giorno Englaro, un altro Monicelli, un altro la Nannini… e tutto diventa uguale a niente. Anzi, come ti permetti di contestare? A onor del vero non capisco neppure tanti cristiani che sostengono, scrivendo o parlando, che bisogna abbassare i toni, che non bisogna fare clamore, che la fede è una testimonianza silenziosa… ma dai! Dobbiamo amare l’uomo e fino in fondo, nella sua verità ultima. È quello che fa il Papa, con instancabile tenacia: «Guai a me se non evangelizzassi!». La storia del cristianesimo è ricca di testimoni e di santi. Certo parlava la loro vita, ma quanto usavano anche la parola. E, se non li lasciavano parlare, parlavano lo stesso e anche forte.

La seconda voce è del vescovo di Cremona, che scrive in occasione dei funerali del suo sacerdote, quello crocifisso dalle Iene. Grassetti miei.

Il cristiano … non teme di chiedere perdono, perché alla radice sa di trovare il cuore di Qualcuno che è più grande di lui: il cuore di Dio. È su questa certezza che si gioca la nostra fede! Per questo l’apostolo Giovanni nella prima lettura (1Gv 3,16-23), dopo averci ricordato che Dio è più grande del nostro cuore, dice che ciò che è essenziale è credere nel Figlio di Dio. Eppure credere in un figlio di Dio che è fatto così e si manifesta in un certo modo non è sempre facile: noi uomini abbiamo altri schemi e parametri, altri criteri di giudizio. Ecco perché, giustamente, il Signore nel Vangelo appena proclamato (Mt 9, 9-13) ci raccomanda: «Andate a imparare che cosa significhi “Misericordia io voglio, non sacrifici”». Questo imperativo di Gesù lo sentiamo indirizzato a noi tutti: sacerdoti e fedeli. E lo sentissero anche quanti, detenendo il potere dei mass-media, si permettono di scrivere di tutto e di tutti, senza pensare alla verità degli uomini, né alle loro sofferenze, né alle loro speranze.

Aggiornamento: sul tema, dovreste assolutamente leggere questo.

CIMABUE Crucifix, 1268-71 by carulmare

CIMABUE Crucifix, 1268-71 a photo by carulmare on Flickr.

Niente di più umano

Non ho mai letto niente di più umano, e – passatemi l’espressione – niente di più cristiano di questo.

Qualsiasi cosa io fossi, se non fossi cristiana, dopo aver letto questo lo diventerei.

“Caro padre Aldo, ho abusato della mia figliastra, che vive con voi dopo che i servizi sociali l’hanno tolta da quello che era il mio focolare. Sono un mostro, sono come quel mostro che una delle sue bambine, che passò la stessa terribile esperienza di mia figlia, ha disegnato su quel foglio che lei mi ha dato qualche mese fa. Non sono degno di vivere tra gli uomini, e per questo ho tentato molte volte di farla finita… e non so perché Dio non me lo ha permesso. Non sopporto più di vivere, non me lo merito, mi sento un indemoniato, peggio delle bestie, che pur non avendo la ragione non arriverebbero a commettere quel che io, nella mia perversione, ho commesso. Non voglio che nessuno abbia pietà di me, non voglio nemmeno che mi si guardi, voglio solo che qualcuno mi tolga questa vita che non mi merito più. Padre, in questa mia disperazione, io, pedofilo, posso sperare che Dio mi perdoni? Padre, lei potrebbe avvicinarsi a me in carcere, anche senza guardarmi in faccia se la faccio vomitare, e pronunciare quelle parole semplici, le uniche che potrebbero darmi il diritto alla speranza: «Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Vattene e non peccare più»? Continua a leggere

Capire il perdono

Beato Angelico, Cristo al limbo, particolare

Lavori in corso: Perdono: Oggi, Domenica della Divina Misericordia, vorrei fare alcune considerazioni sul perdono.

1. Si perdona il colpevole. Se è innocente, se non lo ritengo colpevole, non è questione di perdonare. Dio guarda in faccia la nostra colpa, non distoglie lo sguardo, non finge di non aver visto: con la stessa attenzione del medico conosce fino in fondo il male che c’è in noi… e lo perdona.

2. Perdonare non è dimenticare. Se dimentico meglio per me, ma se mi torna in mente l’offesa devo continuare a perdonare. Quando perdoniamo dobbiamo metterlo in conto: il perdono è un atto che si prolunga nel tempo, tutte le volte che la nostra memoria lo richieda. Dio perdona per sempre, non ritorna sulla sua decisione, non rinfaccia e non tiene il conto.

3. Perdonare non è scusare, giustificare, attenuare. Questi sono fratelli minori del perdono, ma se mi convinco che chi mi ha offeso non l’ha fatto apposta, non voleva, è in un momento difficile… tutto molto bene, ma sto evitando di perdonare. Gesù dalla croce vede tutta la malizia degli uomini, vede mali scusabili ma vede anche molti mali inescusabili, e accetta di morire per ottenerci il perdono.

4. Il perdono dà vita. Con la colpa si può solo sopravvivere, rifugiandosi in una bugia su noi stessi. Il Signore ci permette di affrontare le nostre colpe e, con il perdono, tornare a vivere nella verità. Vivere da colpevoli è molto difficile, vivere da perdonati è un’altra cosa. Per questo san Paolo parla del perdono di Dio come di una risurrezione.

Oggi siamo invitati a renderci conto che la Misericordia di Dio è una cosa grossa. Rallegriamoci e impariamo, perché lui ci ha detto «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» e noi, accettando l’invito, abbiamo ripetuto mille volte: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Grazie don Mario!

Scuole di perdono

ZENIT – Colombia: scuole di perdono per ex combattenti e vittime di guerra

BOGOTÁ, giovedì, 26 marzo 2009 (ZENIT.org).- “E’ nel cuore delle persone che ha origine la guerra, ed è quindi nel cuore delle persone che è necessario costruire la pace”. Con queste parole padre Leonel Narváez Gómez afferma che in una cultura violenta come quella della Colombia è necessario creare un clima di riconciliazione.

Per questo il sacerdote, sociologo e missionario della Consolata con 10 anni di esperienza di lavoro pastorale in Africa, ha deciso di fondare il 20 giugno 2001 la Fondazione per la Riconciliazione, nella quale operano le Scuole di Perdono e Riconciliazione (ES.PE.RE).

L’obiettivo è quello di offrire agli ex combattenti e alle vittime dei conflitti armati spazi in cui si possa dialogare, ricevere orientamento e saper sanare le ferite provocate dalla violenza.

ES.PE.RE è un’istituzione specializzata in teoria, metodo e applicazione di pedagogie di Perdono e Riconciliazione, ispirata a una profonda spiritualità.

“Al di là dei fattori oggettivi come la povertà, l’esclusione o l’assenza del Governo, ci sono altri fattori soggettivi come la rabbia, il rancore e i desideri di vendetta che si sono insediati fortemente nella memoria di tutti, generando linguaggi che bloccano la volontà di pace”, ha spiegato a ZENIT padre Narváez.

“Un’alta percentuale dei carnefici è stata in precedenza vittima, e nessuno l’ha aiutata a elaborare la sua rabbia e il suo odio. Molti adulti violentatori sono stati bambini violentati”, segnala il presbitero.

Le ES.PE.RE funzionano con gruppi di 10-15 persone, vittime o carnefici, che si riuniscono una volta a settimana. Ogni gruppo ha un animatore. Condividono le proprie esperienze per trovare la radice della loro rabbia e del loro rancore, raggiungendo la riconciliazione. Tra loro stringono patti di confidenza.

“Ho assistito ai laboratori di ES.PE.RE e questa esperienza ha superato le mie aspettative, mi ha aiutato a rendere più pulito il mio cuore, mi ha cambiato completamente la vita”, ha affermato una delle partecipanti ai laboratori in Messico in un video pubblicato su YouTube.

Padre Leonel afferma che “la memoria ingrata di molte violenze accumulate a livello individuale e collettivo mantiene i colombiani schiavi del passato”.

Allo stesso modo, segnala la necessità di imparare a perdonare per “tirar fuori l’aspetto divino che si trova in noi esseri umani. E’ tenerezza. E’ misericordia nel suo senso più ricco”.

Oggi la Fondazione per la Riconciliazione è presente in Canada, Stati Uniti, Messico, Repubblica Dominicana, Perù, Brasile, Cile, Venezuela, Italia, Israele, Spagna, Sierra Leone, Liberia e Sudafrica. In Colombia è attiva in 13 dipartimenti.

Nel 2004 l’Università delle Ande di Bogotà ha compiuto una valutazione sull’impatto delle ES.PE.RE. La ricerca ha concluso che, con la Pedagogia del Perdono e della Riconciliazione, le persone continuavano probabilmente ad avere gli stessi conflitti, ma erano già capaci di rispondere con alternative pacifiche e costruttive.

“In questo laboratorio ho imparato che il perdono ti porta ad essere felice, a non provare risentimento per le persone che ti hanno danneggiato. Sono valori che nel futuro si possono trasmettere ai figli”, ha detto Ramón, un altro dei partecipanti.

“Nel cristianesimo, il perdono non è solamente l’esercizio del superamento delle offese, ma anche e soprattutto la capacità di rendersi dono (per-dono), ovvero di trasformarsi in agnello che si fa carico delle colpe degli altri”, ha concluso il sacerdote.

…Sarebbe una buona idea per il prossimo Nobel per la Pace, che ne dite?

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Il Natale di Namrata

da AsiaNews -Namrata Nayak è una piccola Dalit di 10 anni, del villaggio di Sahi Panchayat, vicino a Raikia (distretto di Kandhamal, Orissa). Tre mesi fa, allo scoppio delle violenze contro i cristiani, la piccola è stata sfigurata in volto da una bomba lanciata dagli estremisti indù. Dopo 45 giorni di ospedale, la piccola è guarita e ora saltella felice. “Natale è gioia e pace” racconta Namrata, “e io sono così felice qui: tante persone che si prendono cura di noi; tanti che pregano per noi e per la pace e la giustizia a Kandhamal…”. Namrata, insieme a sua mamma Sudhamani e altre 20 persone sono giunte a Bangalore dai campi di rifugio dell’Orissa grazie all’impegno del Global Council of Indian Christians.
La piccola è stata sfigurata il 26 agosto. Quando è arrivata all’ospedale di Berahampur aveva ustioni al 40% del corpo. Ora è praticamente guarita. “Per me – dice Namrita ad AsiaNewsNatale è un tempo per ringraziare Gesù Bambino che mi ha salvata dal fuoco ed ha salvato la mia faccia, che era sfigurata e ferita. Sono una delle poche fortunate che è sfuggita alla morte, anche se ho dovuto passare un lungo periodo in ospedale. Mi sento molto amata dalla gente dell’India e da tanti nel mondo che hanno visto la mia foto e hanno pregato per me.
A Kandhamal c’è tanto dolore e sofferenza e non so per quanto tempo le Forze speciali ci proteggeranno. Ma Natale è un tempo di gratitudine. Temo che la mia gente sarà ancora attaccata, ma questa è la nostra vita. Se Dio ha salvato me, potrà salvare anche altri cristiani.
I radicali indù hanno promesso di organizzare ancora uno sciopero il giorno di Natale se non verranno arrestati i responsabili dell’uccisione di Swami Laxamananda Saraswati, il leader indù, dal cui assassinio ha preso il via il pogrom contro i cristiani lo scorso 23 agosto. Le Chiese temono che i raduni dei radicali indù possano sfociare ancora una volta in violenze incontrollate. “Natale è anche tempo di perdono – afferma Namrata – e noi perdoniamo i radicali indù che ci hanno attaccato, hanno bruciato le nostre case. Erano persone fuori di sé, che non conoscono l’amore di Gesù. Per questo ora voglio studiare con molto impegno perché quando sarò grande voglio raccontare a tutti quanto Gesù ci ama. Questo è il mio futuro. Il mondo ha visto la mia faccia distrutta dal fuoco, ora deve conoscere il mio sorriso pieno di amore e di pace. Voglio dedicare la mia vita a diffondere il Vangelo”.
I genitori di Namrata (Akhaya Kumar , 45 anni e la signora Sudhamani, 38) sono braccianti agricoli a giornata. Le 3 figlie e un figlio sono studenti. Per aiutare i magri introiti della famiglia, la figlia più grande, Trusita (18 anni), lavora anche come domestica nella casa di un indù convertito, il sig. Harihar Das. Quando sono scoppiate le violenze contro i cristiani, Akhaya e Sudhamani sono fuggiti nella foresta; mandando le figli a nascondersi nella casa di Harihar Das.
La notte del 26 agosto, i radicali indù sono entrati nella sua casa e hanno distrutto la porta, distruggendo e bruciando ogni cosa. La famiglia di Harihar Das, Namrata e le sorelle si sono nascoste in una piccola toeletta. Prima di andare via, i fanatici indù hanno lasciato una bomba in un armadio. Tornata la calma, tutti i superstiti sono usciti, ma la piccola Namrata, per curiosità è rimasta nella casa a guardare i danni. La bomba è scoppiata bruciando il volto della piccola, mentre alcune schegge l’hanno ferita alla faccia, alle mani e alla schiena.
Sudhamani continua il racconto: “L’indomani io e mio marito siamo usciti dalla foresta correndo verso la casa di Harihar. Vedendo tutto bruciato abbiamo temuto che tutti fossero periti nelle fiamme. Invece, grazie a Dio, tutti erano salvi. Solo la mia bambina aveva subito delle ustioni. Ma Gesù ha preso cura di lei. L’abbiamo portata all’ospedale di Berhampur ancora incosciente e tutta ferita. Ma dopo 45 giorni di cure, ora sta bene”.
La mia speranza – confessa ad AsiaNewsè che possiamo avere ancora un futuro a Raikia. Noi non possediamo nulla e potremmo anche emigrare, ma a Sahi Panchayat abbiamo qualche parente, i nostri vicini. Se andiamo via di qui saremo dei vagabondi.
Natale porta speranza. La speranza è la nostra unica ricchezza ora: eravamo poveri e ora è stato distrutto anche quel poco che avevamo… Ma Natale significa che Cristo nasce e ogni nascita significa una nuova vita. Gesù è disceso dal cielo per salvarci da questa miseria, da questo dolore, dall’abbandono e dalla nostro essere senza tetto. Il suo potere ci riempie di speranza, di amore e di perdono”.

Visualizzazione ingrandita della mappa

Ho contattato AsiaNews chiedendo se fosse possibile organizzare una raccolta di fondi per questi cristiani esemplari. Mi ha risposto padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, con una gentilissima email. Se volete aiutare la famiglia di Namrata (magari destinandole una piccola parte del nostro budget per i regali natalizi…) è possibile farlo tramite il sito di AsiaNews, nella pagina destinata alla donazioni, indicando come causale nelle “note” le parole: “India, Orissa, Namrata“.

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