I nemici dei miei nemici non sono necessariamente miei amici…

natureImage by Per Ola Wiberg (Powi) via Flickr

Come qualcuno può aver notato, ultimamente sento spesso il bisogno di prendere posizione su questioni  scientifiche assai dibattute, e che vedono molti cattolici su posizioni polemicamente avverse alle versioni dei vari problemi più comunemente proposte all’opinione pubblica.

Dietro a questa ipersensibilità su temi come l’evoluzionismo e il global warming, c’è una profonda e antica mia preoccupazione.

Mi sembra che alcuni buonissimi e benintenzionatissimi cattolici, alcuni dei quali anche ben formati e istruiti, quando scorgono alcuni nemici del cristianesimo fra i sostenitori di una teoria scientifica, per arginarne l’azione si buttano a capofitto contro la teoria scientifica medesima.

Così facendo, essi tradiscono un retro-pensiero a mio avviso tanto più pericoloso quanto più profondamente radicato e forse inconsapevole: “se un mio nemico riporta un dato scientifico, questo è necessariamente falso. Devo negare il dato, ad ogni costo, altrimenti sarò connivente col nemico”.

Attenzione! Questo atteggiamento tradisce un rapporto non limpido e sereno con la verità. Un credente, proprio perchè – non per suo merito – dà del tu alla Via, Verità e Vita, ha o dovrebbe avere un’istintiva stima e simpatia per la scienza e per i metodi che le sono propri, che – come hanno detto i papi molto meglio di me – presuppongono un rapporto sano e corretto con la realtà, e sono intrisecamente incompatibili con il relativismo (ta-daa!!).

Uno scienziato, qualsiasi scienziato degno di tale nome, è un uomo a caccia di verità: e questo gli fa onore, indipendentemente da tutto il resto. La nobiltà di questa missione può inquinarsi in mille modi, certo!, laddove presunzione, avidità e tutto il corredo dei vizi capitali interferiscano (ed è normale che interferiscano: “scagli la prima pietra chi…”). Ciò nonostante, un cristiano dovrebbe ammirare e rispettare uno scienziato a priori, perchè almeno a livello programmatico, egli si pone alla ricerca sincera e metodologicamente rigorosa di quella Verità che è la gioia stessa dei credenti.

E’ essenziale, poi, distinguere fra un dato scientifico e le ricadute morali, politiche, economiche a cui la sua acquisizione può portare. Il primo non dipende dalla libertà dell’uomo, le seconde sì. Non posso, in coscienza, negare una probabile verità solo perchè ritengo che quella verità sarà “usata male” dai nemici dell’uomo e/o di Dio: farei un pessimo servizio alla verità, al bene, alla giustizia, all’uomo e a Dio: tutto in un colpo solo! Forse è il caso di ricordarlo: il fine non giustifica i mezzi!

Permettetemi un esempio cretino. Mi stanno antipatici gli ambientalisti perchè sono panteisti, o perchè misconoscono la dignità dell’uomo, o perchè comunisteggiano, e/o per tante altre ragioni? Benissimo: ma non posso andare a massacrare i cuccioli di foca solo per fare loro dispetto, se ammazzare i cuccioli di foca è una cosa cattiva.

Mi sta antipatico Al Gore, con la cultura discutibile di cui è espressione, con le sue arbitrarie ed indebite politiche antinataliste portate avanti con “la scusa” del global warming (con cui il tasso di crescita della popolazione certamente NON è connesso)? Benissimo: ma questo non mi basta per affermare con certezza che allora il global warming è senz’altro una panzana. Intendiamoci: potrebbe anche essere una panzana, in linea teorica. Ma certamente non ci arrivo per quella via, a deciderlo!

Lo stesso dicasi per l’evoluzione, per le centrali nucleari, per gli organismi transgenici… Ritenere automaticamente falso ciò che viene ritenuto vero da alcuni nemici del cristianesimo – e peggio ancora, automaticamente vero ciò che essi ritengono falso! – è pericolosissimo, e tendenzialmente stupido. E rende un pessimo servizio al Cristianesimo, per molte ragioni.

Il Vangelo non ci dice se le emissioni antropiche di CO2 riscaldino eccessivamente l’atmosfera. Non c’è scritto né sì, né no. Nel Catechismo della Chiesa cattolica non c’è scritto da nessuna parte se l’energia eolica o i pannelli solari siano preferibili alle centrali nucleari, o viceversa. Non c’entra la fede, con queste questioni. C’entrano i calcoli dei fisici, dei chimici, degli ingegneri: c’entrano i numeri, la loro attendibilità, la loro accessibilità.

Il Signore ci ha affidato una natura intellegibile: la responsabilità di farne buon uso comporta un’onestà radicale nell’approccio scientifico, anche quando mi capita di vedere la stessa cosa che vede quello là, a cui sto/che mi sta tanto antipatico.

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Prendendo spunto da Giovanni Pico della Mirandola

Vi ricordate di Giovanni Pico della Mirandola? Questo geniale filosofo, nato vicino a Modena (come il grande Francesco Guccini!) nel 1463 e morto purtroppo giovanissimo a Firenze nel 1494, cercò di valorizzare quella parte di verità che si trova in ogni fonte filosofica e di comporla in unità. Tentò di organizzare a Roma una grande riunione dei sapienti dell’epoca, proprio a questo scopo.

Forse il suo ideale, stupendo ma un po’ ingenuo, avrebbe portato a un sincretismo piuttosto superficiale. Comunque nessun problema, perché i filosofi continuarono a scannarsi come avevano fatto da sempre e fanno tuttora.

Eppure a volte, studiando il pensiero di autori che la tradizione successiva presenta come «l’un contro l’altro armati», mi sembra di scorgere elementi di convergenza tutt’altro che secondari. Mi sembra che i “contendenti” o, forse meglio, i loro interpreti, non si accorgano che, a comprendere meglio le sfumature dei termini impiegati dall’uno o dall’altro o, più spesso, l’àmbito di applicazione di un discorso – che tante volte non è “concorrenziale” ma complementare a quello dell’”avversario” – la realtà che emerge non è quella della distanza ma della prossimità. Tante altre volte succede che autori brillantissimi in una o più discipline filosofiche, non lo siano allo stesso modo su tutte. Così mi immagino che, soprattutto alla loro epoca, autori geniali siano stati massacrati dai loro avversari sui punti deboli ma poi non valorizzati sui punti forti. Che so, posso immaginare che, per non “pubblicizzare” troppo i punti controversi della sua concezione della Legge, gli avversari di Duns Scoto non abbiano riconosciuto il suo genio metafisico; o che per denigrarne il pensiero metafisico – che in effetti lascia molto perplesso anche me – gli avversari di Ockham non abbiano però riconosciuto a dovere la sua grandezza nella logica e, per usare una terminologia posteriore, nella filosofia della scienza.

Tutte queste sono ingiustizie che una presentazione moderna ed equilibrata della filosofia dovrebbe sanare.

Il mio obiettivo non è il sincretismo filosofico, ma quello di superare la polverizzazione delle posizioni filosofiche, poste a troppa distanza le une dalle altre e con pochi canali di comunicazione. Quindi secondo me non si tratta di aguzzare la vista per convincersi di vedere ciò che non c’è, ma di riconoscere qualcosa che effettivamente c’è. Se mi passate un paragone della mia formazione biologica, mi sembra che i filosofi siano un po’ come le sinapsi nel cervello: vicine fra di loro o comunque mai troppo lontane, e soprattutto molto collegate.

Questo tipo di presentazione che, a mio avviso, riflette meglio la realtà storica della filosofia, avrebbe un importante effetto positivo: diradare un po’ l’attuale disperazione sul fatto di raggiungere almeno qualcosa di vero e condiviso attraverso il lavoro filosofico; ridare un po’ di fiducia all’uomo nel fatto che la ragione, per parlare come un personaggio di Corrado Guzzanti, non “miagoli nel buio”. Se infatti restiamo legati a una presentazione filosofica all’insegna del “quot capita tot sententiae”, tante opinioni quanti filosofi, sembrerà a tutti una chimera raggiungere qualche verità.

Considerando la filosofia contemporanea, vedo un meraviglioso sviluppo di discipline: filosofia del linguaggio, ermeneutica, etica, filosofia della scienza, logica, filosofia sociale e politica, estetica…

Vorrei che fra tutte queste discipline regnasse una grande stima e una grande sinergia. Vorrei che non succedesse mai, per esempio, quello che mi sembra accada nel campo della psicologia: gli psicoanalisti sono certi di avere tutti gli strumenti per curare la psiche e pensano che gli altri siano tutti ciarlatani; i “behaviouristi” sono convinti di sapere fare tutto e ritengono che gli analisti siano dei barbogi rincitrulliti; quelli che fanno psicoterapia pensano che gli psicofarmaci non servano a un fresbee; altri terapeuti ti imbottiscono di farmaci e non ti guardano in faccia. Ognuno cura il suo piccolo orticello convinto che sia l’unico, inopinabile orto sincero in cui apparirà il Grande Cocomero (apprezzare la dotta citazione di Linus 😉 ). Ma è chiaro invece che è necessario parlarsi, e parlarsi con stima, ascoltando attentamente, riflettendo su quanto si è ascoltato. Questo è il clima che vorrei regnasse oggi nella filosofia contemporanea.

Infine vorrei che, fra le discipline giustamente in auge della filosofia contemporanea, tornasse ad essere apprezzata la metafisica, la filosofia dell’essere. Credo che non fosse male la definizione di “filosofia prima” che ne dava Aristotele. Però bisogna intendersi su questa espressione. La metafisica deve essere filosofia prima alla maniera delle fondamenta di una casa; crea le condizioni perché la casa si regga in piedi. Se invece, come forse a volte è avvenuto in passato, la “filosofia prima” viene imposta come filosofia mattatrice, filosofia faso-tuto-mi, filosofia prima della classe, è chiaro che la gente ne ha ben presto fin sopra la cima dei capelli e reagisce con esasperazione, come Ockham, come tutto l’empirismo successivo e ovviamente non solo l’empirismo.

Una metafisica che dal ruolo di Cenerentola tornasse ad essere considerata una di famiglia insieme a tutte le altre, porterebbe immediati vantaggi, in primo luogo all’antropologia filosofica e alla gnoseologia, a cui è tanto strettamente collegata, ma poi anche a tutto il resto.

Per essere apprezzata la metafisica deve però anche essere fatta capire. Una volta ho letto un’introduzione alla fenomenologia molto ben fatta, molto chiara; aveva un approccio ai concetti molto pratico, molto “esperienziale”. Mi sembrava quasi di avere capito la fenomenologia 😉

Penso che anche la metafisica avrebbe bisogno, forse più ancora di un altro Platone, Aristotele o Tommaso, di gente che vada a prendere dagli scaffali alti e polverosi i vecchi strumenti di lavoro: atto e potenza, essere ed essenza, sostanza e accidenti e… accidenti!, che faccia capire alla gente cosa sono quelle cose strane e apparentemente inutili e perché, se sono usate dando loro il giusto rilievo, possono servire come primo avviamento verso tante altre cose buone, filosofiche e non, e quindi senza affatto escludere, dopo una serie di opportuni passaggi, il piacere di degustare una porzione calda e fumante di pasta e fagioli con un buon bicchiere di vino, con la gioia e la semplicità di chi, sapendo che ogni bene proviene da Dio, se li sente versati nel piatto e nel bicchiere da Lui. A dire il vero per vivere questo non è necessaria la filosofia, basta il senso comune. Ma la vera metafisica è appunto al servizio del senso comune, ed entrambi si aprono alla Rivelazione.