L’inappetenza dell’innamorato

Cito integralmente il post di don Mario Aversano sul blog, che ho appena scoperto, Il tesoro nel campo:

“Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,1-6.16-18)

Facciamo un patto? Proviamo a scrollarci di dosso un po’ della cupezza che viene indebitamente caricata sul tempo di quaresima?
Non è forse questa la stagione dell’innamoramento?

Nel segreto, che l’evangelista sottolinea tre volte, il Padre cerca la nostra intimità: nel segreto prende forma la nostra alleanza con Lui.

Il digiuno di oggi sia per te come l’inappetenza degli innamorati, affamati solo dell’a(A)ltro.

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Il padre di Abdul: una lezione di civiltà

Addio Abdul già dimenticato al funerale –PIPPO DELBONO, LASTAMPA.it – 24/9/08 – Questa mattina mi sono svegliato presto e mi sono vestito elegante per andare a Cernusco sul Naviglio al funerale di Abdul Graibe detto Abba, nero, morto ucciso a Milano. Per un piccolo furto, rincorso e bastonato a morte.

Non vado mai ai funerali delle vittime famose, ai funerali degli artisti importanti, dei caduti per difendere la patria, non sono andato alla passerella di lutto dei morti della ThyssenKrupp. Ma questa mattina ho deciso di andare. A Cernusco sul Naviglio, un paesino nell’hinterland milanese. In una giornata di pioggia. Arrivato lì, vedo con sorpresa che c’è poca gente. Per la maggior parte neri. Vicino alla bara di Abdul i parenti, gli amici, qualche bianco. Alcuni piangevano, altri guardavano con gli occhi vuoti il feretro. Ho cercato le corone di fiori. Erano quattro, o forse cinque. Piccole. Una di un gruppo di donne, una della Provincia di Milano. Basta. Non c’era nessun’altra corona. Di Comune, Stato, Chiese, Sindacati, Comunisti.

La sala che ospitava il feretro, una sala auditorium quasi vuota. Litanie come lamenti, cantati con discrezione, forse per non irritare i laboriosi vicini milanesi. Un uomo, che poi ho capito che era il padre di Abdul, accoglieva le persone, sorridente. E ringraziava. Un altro uomo vicino a lui, più giovane, il viso disperato dove si vedeva la rabbia. C’era qualcosa di antico, di poetico, di unico, di straordinario in quel commiato delicato che non voleva fare troppo rumore. Non ho visto nessun politico importante, nessun prelato importante, nessun artista importante, nessun giornalista importante.

Qualcosa come una rabbia mischiata al pianto mi è salita nell’assistere al funerale di quel martire negro, diverso da quelli bianchi onorati e rimborsati vicino ai quali i nostri fantocci politici si fanno volentieri vedere con gli occhi rossi. Quelle poche persone presenti salutavano e abbracciavano la famiglia come se stessero entrando nella loro casa. C’era in quell’atto di commiato funebre una bellezza, una poesia, una sacralità che è ormai impossibile vedere nel mio Paese. Volgare, fascista, razzista. Mascherato da finto cattolicesimo, finto comunismo, finto pietismo. All’uscita su un piccolo quaderno ognuno scriveva il proprio nome, o un saluto a questo uomo ucciso dalla volgarità e dimenticato.

«Ciao Abdul e scusami per questo paese di m.», gli ho scritto io. A poco a poco l’esiguo corteo si è avvicinato in silenzio alla bara. Il padre di Abdul restava lì fermo con gli occhi lucidi e il viso sorridente, portando una dignità più forte del suo dolore. E prima di salire su una macchina, quasi come un ultimo regalo sublime di civiltà, libertà e saggezza a quei pochi presenti, con un dolce sorriso ci ha detto: «Grazie a tutti, l’affetto che mi dimostrate in questo momento serva a una giustizia vera». Grazie al papà di Abdul, grazie a Abdul, che mi avete regalato in questa giornata grigia, triste, drammatica, scandalosa di inizio autunno, uno squarcio di luce.

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Priorità

Un bellissimo post nel blog “Real Life Rosary Weblog” di James M.Hahn (qui raffigurato con cappellino rosso e figli in groppa): cerco di tradurlo qui di seguito.

Qualcuno potrebbe leggere il vangelo di oggi e dire che Gesù si comporta da egoista. Egli ha il potere di “guarire le loro infermità”. Egli ha la capacità di far sì che la gente desideri ascoltare le sue parole. “Ma egli si ritirò nel deserto a pregare.”

Gesù qui ci dà l’esempio. Ci mostra che, per quanto pressanti possano essere i problemi della nostra vita, dobbiamo prenderci tempo per pregare. Dobbiamo ritirarci nel nostro deserto personale, una stanza in fondo alla casa, una cappella, una passeggiata, un parco, un luogo qualsiasi dove possiamo stare da soli con Dio in silenzio.

Possiamo benissimo avere il desiderio di “salvare il mondo” o almeno di risolvere tanti problemi, nostri o di altri, che incontriamo sul nostro cammino; ma Dio qui ci mostra che ci dobbiamo prendere tempo per Lui. Tu e io dobbiamo raccogliere le forze, ricaricare lo spirito, e parlare con Dio, per poter fare le cose che Lui ha previsto per noi.

Se non lo facciamo, comiceremo a cercare di fare le cose con le sole nostre energie, senza Dio. Cercheremo di raggiungere risultati senza la Sua benedizione, e questo alla fine ci darà una grande tristezza. Come Sansone, che “non sapeva che Dio lo aveva lasciato“, ci ritroveremo schiavi. Saremo schiavi del nostro lavoro fatto senza carità. Poichè, come disse Madre Teresa, “Il frutto del silenzio è la preghiera, il frutto della preghiera è la fede, il frutto della fede è l’amore, il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace“. Nel giusto ordine: cominciando da silenzio e preghiera.

Mi riconosco fino alle midolla in quel senso di schiavitù nel lavoro svolto senza carità, nella tristezza di una serie di impegni affrontati con le mie sole forze, senza mettere la preghiera in cima a tutto quanto. Grazie Jim.

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Come ho scoperto che non so ascoltare

Pochi giorni fa ho partecipato a una settimana di formazione intensiva (i fedeli dell’Opera la frequentano a cadenza annuale per approfondimenti, aggiornamento, scambio di esperienze ecc.) ed è stato proposto, fra l’altro, un lavoro di gruppo sulla comunicazione. Sono emerse varie cose interessanti ma un paio mi hanno proprio colpito. Tutt’e due riguardano la capacità di ascoltare:

  1. ascoltare significa anche non interrompere l’altro: interrompo perchè penso di sapere già quello che l’altro sta per dire, e non ho la pazienza di aspettare che lo dica alla sua maniera. Continua a leggere