Fantasia di Dio

Quando penso allo Spirito Santo, e alla Pentecoste, la prima cosa che mi viene in mente è: ricchezza, pienezza, abbondanza. Lo Spirito Santo è Amore fatto fantasia! Non si lascia imbrigliare da tempi e luoghi, schemi e definizioni: soffia dove vuole, e dà la vita, incontenibilmente. Celebrare la Pentecoste è anche rendere grazie alla meravigliosa libertà che fa della Chiesa una sinfonia di spiriti tutti diversi (persone, famiglie, movimenti, istituzioni): e ciascuno è Chiesa, ma nessuno – da solo – è tutta la Chiesa, “quella vera”, il Corpo di Cristo! Ut unum sint!

dal post In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas, nel blog Senza peli sulla lingua:

Nella Chiesa d’oggi c’è una grande ricchezza: quante diverse realtà, quanti movimenti, quante esperienze spirituali! È qualcosa di cui dobbiamo rendere grazie al Signore.

Ma il problema è che spesso ciascuno pensa che la propria esperienza sia esclusiva, l’unico modo autentico di vivere il cristianesimo. Che presunzione!

Nella Chiesa c’è spazio per tutti: il mistero di Cristo è cosí vasto che non possiamo pretendere di esaurirlo con la nostra piccola esperienza. Ciascuno di noi ha il suo carisma, con cui mette in luce e si sforza di vivere un aspetto di questo mistero inesauribile, lasciando agli altri di evidenziarne altri aspetti.

L’umiltà, ci ricorda il Santo Padre, è alla base di ogni autentica esperienza cristiana: chi sono io per atteggiarmi a giudice degli altri? Io ho ricevuto un dono e mi sforzerò di viverlo come meglio posso; rispetterò gli altri, anzi renderò grazie al Signore, perché sono diversi da me.

Ciò che importa è che siamo tutti uniti nella stessa fede: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.

[nella foto: Carlo Urbino, La discesa dello Spirito Santo sui dodici apostoli. Cupola della Cappella di San Giuseppe (sec. XVII) nella chiesa di San Marco a Milano. Foto di Giovanni Dall’Orto, 14-4-2007. Immagine Wikimedia commons, ritagliata]

Pentecoste

A Pentecoste la Chiesa viene costituita non da una volontà umana, ma dalla forza dello Spirito di Dio. E subito appare come questo Spirito dia via ad una comunità che è al tempo stesso una e universale, superando così la maledizione di Babele. Solo infatti lo Spirito Santo, che crea unità nell’amore e nella reciproca accettazione delle diversità può liberare l’umanità dalla costante tentazione di una volontà di potenza terrena che vuole tutto dominare e uniformare.

Benedetto XVI, omelia per la Messa di Pentecoste, stamattinaAdd to Technorati Favorites

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Ascensione

dal libro “Liberare l’amore” di don Ugo Borghello, ed. Ares:

(p. 324) Il giorno dell’Ascensione [i Suoi discepoli] credono che sia finalmente giunto il grande momento: Gesù li ha radunati tutti sul monte; è chiaro che ora marcerà su Gerusalemme: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” (At 1,6) Ma Gesù li delude e sale al cielo (…).

(p.325) L’Ascensione, per come la si può cogliere dopo Pentecoste, cioè con il dono dello Spirito che svela il senso della Morte-Risurrezione-Ascensione, è l’ultimo atto della vita terrena di Gesù. E proprio dall’ultimo atto, come per ogni avventura, si può cogliere il senso degli atti precedenti. (…) Occorre vedere tutta la vita di Gesù e tutto l’Antico Testamento a partire dalla luce dell’ultimo atto. L’Ascensione non è gloria umana, ma l’estrema umiliazione, pienamente libera e voluta da Cristo secondo il disegno del Padre (…).

(p.331) Gesù accetta la somma ingiustizia [della Croce]; Gesù attraversa con piena sensibilità ogni nostra possibile sventura. E non è un attraversamento momentaneo; fa dell’estrema sventura la sua definitiva dimora sulla terra. La Croce è abissale, è radicale, è attuale. La Risurrezione non cancella la Croce, la consacra per sempre. “Non mi vedrete più”: rimarrò per il mio popolo il “rigettato”, il più grande sconfitto. E ciò si rende manifesto nell’Ascensione, che non è allontanamento fisico dai discepoli: è l’inaugurazione definitiva della presenza escatologica, della vittoria dell’amore innocente su ogni altro metro di salvezza. E’ l’uomo che diventa l’Io Sono, che prende il nome di Dio, per sempre: è la vita nell’amore puro, fedele. (…) Lui che muore alla considerazione di ogni uomo peccatore, di ogni suo simile, del suo popolo e dei suoi capi, è l’Io Sono, l’uomo che è Dio!, l’uomo eterno, l’uomo eternamente salvato, nell’Amore; è il vero Salvatore.

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Opus Dei e vocazione

Qualche giorno fa ho fatto una ricerca su cosa si dice dell’Opus Dei in giro per i blog. Sapete com’è, mi sento un po’ coinvolta. E così ho scoperto che circolano le idee più strane, e anche tendenzialmente trucide, sulla gente dell’Opus Dei. La cosa mi disturba leggermente perchè, nonostante tutti i miei rutilanti difetti, non mi sembra di essere tanto trucida. Né tantomeno lo è la gente dell’Opera che conosco.

Ma più che spulciare le accuse e ribattere, cosa che altri sanno fare molto meglio, vorrei semplicemente dire cosa vuol dire per me essere dell’Opus Dei.

E’ una semplice declinazione della vocazione cristiana.

Io sono cristiana, cattolica, e lo sono “così”: secondo lo spirito dell’Opus Dei. Tecnicamente parlando, ho la vocazione all’Opus Dei. Questo significa che, del messaggio cristiano, mi sento chiamata ad andare alla radice su alcuni aspetti, come altri, di altre istituzioni movimenti aggregazioni ecc., sono chiamati a viverne in profondità certi altri. Continua a leggere